ARMI CHIMICHE ITALIANE NELLE DISCARICHE E NEI DEPOSITI MILITARI ABBANDONATI DELLA PROVINCIA DI TRIESTE?

Poco più di un anno fa denunciavamo pubblicamente l’esistenza di una rete di depositi militari abbandonati sulle alture di Montedoro tra i Comuni di San Dorligo dalle Valle-Dolina e Muggia. Si trattava di una struttura realizzata quasi completamente sotto terra. Una cittadella fortificata con almeno 14 depositi blindati e a varie profondità (foto: l’accesso di uno dei bunker). Dal terreno emergevano tra la fitta vegetazione numerosi “periscopi” con la funzione di sfiatatoi.  Sia le tracce di petrolio presenti ancora sul fondo e sugli accessi delle cisterne, sia le pungenti esalazioni di vapori di idrocarburi che avvolgevano l’area davano chiaramente l’impressione che ci si trovasse di fronte ad un grande deposito di carburanti per le forze armate realizzato all’epoca della seconda guerra mondiale.

L’intera collina era stata per decenni un’area militare e quindi preclusa a qualsiasi controllo da parte delle amministrazioni civili. Ancora oggi non è chiaro se questa zona, tutt’ora recintata, sia ritornata nelle disponibilità delle amministrazioni locali o faccia – seppure impropriamente – sempre parte del demanio militare. L’unica cosa certa è che non si è  mai pensato di bonificare i terreni e di inertizzare le cisterne dalle quali l’inquinamento continua a diffondersi lentamente avvelenando l’ambiente circostante. Eppure interrata accanto ai depositi militari dismessi passa la condotta dell’acquedotto comunale. Possibile che nessuno si sia mai preoccupato della pericolosità di tale situazione per la salute pubblica?

Ma forse questa indifferenza ha una sua spiegazione. Forse questa “misteriosa” collina cela o ha celato qualcosa di più pericoloso dei semplici carburanti, qualcosa di più letale le cui tracce potrebbero essere ancora presenti nelle viscere di Montedoro: questa “verde”  collina al confine con la Slovenia potrebbe avere nascosto uno degli ex depositi super segreti delle armi chimiche italiane.

L’Italia aveva accumulato prima e durante la seconda guerra mondiale un notevole arsenale di armi chimiche e batteriologiche (sperimentandole sul campo durante la guerra  di occupazione dell’Etiopia, anche nei confronti della inerme popolazione civile) pronte all’uso. Gli agenti chimici più diffusi erano l’iprite, il fosgene, l’antrace, l’arsenico. I gas venivano utilizzati nei proiettili di artiglieria dall’esercito e dalla Marina, e nelle bombe dall’areonautica militare. Almeno 1.000 le tonnellate di iprite utilizzata anche in bidoni. In soli due depositi nel Piemonte sono stati rinvenuti 110.000 proiettili di artiglieria di vario calibro con testate al gas, dalle munizioni per i cannoni da 75 millimetri fino ad arrivare ai calibri pesanti da 305 millimetri caricati a fosgene (uno solo di questi proiettili avrebbe potuto sterminare migliaia di persone).

Con l’apertura del fronte ad est si era reso necessario un ridislocamento dell’arsenale chimico per un possibile utilizzo delle armi nel teatro di guerra balcanico. E certamente Trieste, al confine con la Jugoslavia, si trovava in una posizione strategica e con un grande porto con impianti petrolchimici nei quali potere trasportare e immagazzinare le armi chimiche pronte all’uso. Ma per incrementare la sicurezza e proteggersi dai bombardamenti aerei sarebbe stato comunque necessario che i depositi venissero occultati anche all’interno delle stesse raffinerie, o meglio ancora direttamente interrati in zone esterne.

Una raffineria che rispondeva perfettamente a questi requisiti esisteva ed era l’Aquila, inaugurata nel 1937 all’ingresso del porto industriale di Trieste nella Baia di Muggia e sovrastata proprio dalle alture di Montedoro. Nel 1941 iniziarono i lavori di costruzione della cittadella sotterranea nella collina di Montedoro collegata tramite condotte alla stessa raffineria.

L’esistenza di questa rete fortificata sotterranea fatta di bunker e condotte non poteva certo sfuggire agli alleati, ma solo la raffineria Aquila venne attaccata a più riprese. Il bombardamento aereo più massiccio e devastante avvenne il 10 giugno del 1944 e determinò praticamente il blocco dell’attività della raffineria fino alla fine della guerra. I bunker di Montedoro rimasero invece intatti. Forse che gli alleati avessero evitato di colpirli sapendo cosa vi si celava?

Se una parte delle armi dell’orrore dell’arsenale chimico italiano è stata nascosta in queste colline rimane da scoprire che fine hanno fatto. Dopo l’8 settembre 1943 Trieste venne annessa dalla Germania che potrebbe poi avere fatto sparire l’arsenale prima del termine della guerra e certamente per impedire che ne entrassero in possesso i partigiani jugoslavi. Sparire come? O disperdendo le munizioni a mare o nell’altopiano carsico alle spalle della città gettandole nelle grotte.

Gli stessi alleati una volta subentrati ai tedeschi ed avendo assunto il controllo della provincia di Trieste, nel frattempo dichiarata capitale del Territorio Libero di Trieste, potrebbero avere avuto interesse ad eliminare un arsenale così scomodo e che comunque non sarebbe dovuto tornare sotto controllo italiano. E’ da ricordare che un metodo all’epoca utilizzato per “eliminare” i residuati bellici era semplicemente di seppellirli all’interno delle opere di interramento a mare avviate proprio dal Governo Militare Alleato. Questo avvenne ad esempio con l’interramento del lungomare di Barcola (pineta), ora principale zona balneare cittadina.

Il problema non riguarda quindi solo le colline di Montedoro. Dal 1954, con l’insediamento dell’amministrazione civile provvisoria italiana, venne avviata una massiccia operazione di smaltimento rifiuti nell’intera provincia (si veda l’articolo “operazione discariche”). Le discariche vennero realizzate ovunque, dal mare, ampliando gli interramenti esistenti e realizzandone di nuovi, all’altopiano Carsico dove doline e grotte vennero sfruttate senza scrupolo. Le due maggiori discariche vennero realizzate interrando i tratti terminali delle valli dei torrenti Rosandra e Ospo, divise proprio dalle alture di Montedoro. Non mancarono neanche le discariche sottomarine che fiorirono nel Golfo di Trieste. E così un territorio che in base al Trattato di pace del 1947 era stato dichiarato indipendente venne invece trasformato in discarica di Stato dalla vicina Repubblica italiana.

I punti oggi a maggiore rischio per la possibile presenza di armi chimiche sono la Valle delle Noghere (dove sono già stati rinvenuti ordigni bellici), l’area dell’ex discarica di Trebiciano sul Carso triestino, numerose grotte sull’altopiano carsico (molte occultate facendone saltare gli accessi), alcune discariche costiere (terrapieno di Barcola – canale navigabile di Zaule – ferriera di Servola), e certamente quelle sottomarine nel Golfo di Trieste.

Una situazione ora di non facile soluzione non solo per i danni rilevantissimi portati all’ambiente e alla salute della popolazione di questo piccolo Stato ma anche per la devastazione che l’Italia ha portato nell’ordinamento internazionale riducendo – sempre simulandovi una sovranità perduta dal 1947 – il Porto Franco Internazionale di Trieste ed il suo territorio in una  “libera” discarica di Stato distruggendone economia e traffici commerciali. Il tutto in perfetta ed impunita violazione del Trattato di Parigi del 1947 (foto sotto: fusti per materiale chimico in una discarica sul Carso triestino).

PROCESSO AGLI AMBIENTALISTI DI GREENACTION TRANSNATIONAL: SOLLEVATA L’ECCEZIONE SULLA GIURISDIZIONE ITALIANA SU TRIESTE

Trieste, 15 dicembre 2011

Nel processo avviato ieri contro gli ambientalisti di  Greenaction Transnational, su denuncia dei Friends of the Earth Italy, (per approfondimenti si rimanda all’articolo “Processo agli ambientalisti di Greenaction che si oppongono ai rigassificatori nel Golfo di Trieste“) l’imputato Roberto Giurastante (foto sopra, accanto alla bandiera del Territorio Libero di Trieste), presidente di Greenaction Transnational, difeso dall’avv. Livio Bernot, ha sollevato l’eccezione sulla competenza e sulla giurisdizione italiana  nella provincia di Trieste che, in base al Trattato di Pace del 1947 è riconosciuta come TLT (Territorio Libero di Trieste).

Giurastante, dichiarandosi cittadino del TLT ha quindi chiesto la sospensione del procedimento e la trasmissione del fascicolo alla Corte Costituzionale  per violazione dell’art. 10 della Costituzione Italiana (rispetto delle norme di diritto internazionale).

Il giudice Paolo Vascotto ha rigettato l’istanza, basandosi sulla procedura penale italiana (contestata appunto dall’imputato, essendo legge dello Stato occupante), senza peraltro disconoscerne la fondatezza costituzionale.

Subito dopo è seguita la ricusazione del giudice con sospensione del processo e rinvio alla Corte d’Appello di Trieste.

Il caso apre ora un precedente importante a livello internazionale sulla mai risolta “vicenda Trieste” (si rimanda agli articoli “La questione Trieste” e “Un cittadino del Territorio Libero di Trieste” nel Blog “Ambiente e Legalità”).

TRIESTE PATTUMIERA D’ITALIA

I RIFIUTI DELLA CAMPANIA NELL’INCENERITORE CITTADINO

Trieste, 3 dicembre 2011

L’inceneritore di Trieste sta bruciando i rifiuti provenienti dalla Campania. Decine di tonnellate di rifiuti “sgraditi” spariscono ogni giorno nella fornace del cosiddetto termovalorizzatore per uscirne come fumi inquinanti in atmosfera, e ceneri leggere e pesanti da smaltire a loro volta in discariche speciali. La notizia è stata resa pubblica dal consigliere comunale Paolo Menis del Movimento 5 stelle (a cui vanno i nostri ringraziamenti: sulla vicenda era stato steso una specie di segreto di Stato).

E’ questo il contributo che il Friuli Venezia Giulia sembra voler dare all’emergenza eterna dei rifiuti campani. Un’emergenza nazionale che ora viene scaricata su chi all’inquinamento ha già dovuto  sacrificare buona parte del proprio territorio, come appunto Trieste e provincia. A Trieste si trova uno dei due SIN (Siti inquinati nazionali) del Friuli Venezia Giulia frutto dell’inquinamento di Stato. A Trieste per 50 anni l’Italia ha buttato nella comoda discarica  costituita dall’intera provincia ogni sorta di rifiuti tossico nocivi. Trieste era semplicemente un terreno di conquista da seppellire sotto milioni di metri cubi di fanghi industriali, residuati bellici, scorie radioattive (si veda l’articolo D come discariche pubblicato sul nostro sito). Ed ora, anziché cercare di sanare l’immane danno portato a questa terra “cara agli italiani”, ecco altri rifiuti da scaricare nella pattumiera d’Italia.

L’arrivo dei rifiuti campani comporta inoltre anche un aumento dell’inquinamento atmosferico non valutato e nemmeno valutabile alla luce delle molto vaghe e generiche rassicurazioni dei pubblici amministratori. Un inquinamento fatto di polveri, gas tossici (ossidi di azoto, ossidi di zolfo, cloruri, fluoruri), diossine e metalli pesanti che non colpisce solo Trieste, ma pure l’intero litorale sloveno. Con un incremento consequenziale della già grave situazione sanitaria che vede queste zone ai vertici per le patologie tumorali. Le ceneri altamente tossiche prodotte dall’inceneritore di Trieste vengono poi smaltite in regione (40 – 50.000 tonnellate all’anno) portando altro inquinamento al territorio. Il tutto rigorosamente nascosto dalle amministrazioni pubbliche ai cittadini.

Ironia della sorte il Comune di Trieste, che è fortemente impegnato nel tentativo di portare a livelli europei la raccolta differenziata riducendo il conferimento all’inceneritore cittadino, plaude all’arrivo dei rifiuti dalle terre della camorra che permetteranno così di alimentare un termovalorizzatore rivelatosi uno dei peggiori investimenti pubblici per la città (l’ACEGAS-APS, la società controllata dal Comune di Trieste che gestisce l’inceneritore e i servizi di smaltimento rifiuti, ha un pauroso deficit di mezzo miliardo di euro che rischia di trascinare nel baratro anche il Comune).

Un puro affare quindi a scapito della salute pubblica. Mentre il Comune si dimostra a parole inflessibile con i propri cittadini che devono partecipare (pena, a breve, salate sanzioni) alla raccolta differenziata separando accuratamente vetro, plastica, carta, pile, medicinali, e ogni tipo di rifiuto riciclabile, dall’altra concede il proprio inceneritore ormai vetusto e sotto utilizzato al mercato nazionale dei rifiuti per bruciare, guarda caso, i rifiuti indifferenziati che provengono proprio dalle zone più colpite dalle ecomafie.

È POSSIBILE LA LEGALITÀ IN UNO STATO CORROTTO?

Il 14 febbraio del 2009 venivo condannato dal Tribunale di Trieste in appello per diffamazione nei confronti dei componenti la commissione edilizia del Comune di Muggia. Ero stato accusato di avere offeso la loro reputazione per avere denunciato pubblicamente e alla stessa autorità giudiziaria l’illegittimità urbanistica di un centro commerciale autorizzato dal Comune dopo il nulla osta rilasciato appunto dalla commissione edilizia. La sentenza di condanna veniva confermata dalla Cassazione il 14 maggio del 2010. Nel frattempo il centro commerciale era già stato realizzato. Di questo procedimento penale ho scritto in articoli precedenti commentando il comportamento dell’autorità giudiziaria (rimando per un’analisi ponderata agli articoli “Nel nome del cemento” e “La mafia ordinata del Nord Est: un sistema di governo perfetto?”).

Il caso è eclatante: ero stato ritenuto colpevole pur essendo riuscito, anche nel corso del processo, a dimostrare l’irregolarità urbanistica del centro commerciale; e per ottenere la mia condanna erano stati manipolati atti giudiziari e avallate contro di me le false testimonianze rese dai denuncianti. 

La stessa Cassazione per confermare la condanna commetteva una serie fin troppo incredibile di errori (ad esempio, la sentenza di condanna veniva scritta un mese prima dell’udienza…) che mi portavano ad essere giudicato sei volte per lo stesso ricorso con privazione totale dei miei diritti di difesa. Il caso, che è ora alla Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo a cui ho presentato ricorso, ben rappresenta il funzionamento di quello che potremmo definire il “Sistema Italia” delle illegalità diffuse. Un sistema di illegalità che, secondo molti esperti in materia, è anche l’espressione di quella “fratellanza giuridica” fatta di mafie e massonerie deviate che controllerebbe ampi settori della giustizia.

In cosa consisteva l’irregolarità urbanistica che io avevo denunciato? Si trattava molto semplicemente dell’impossibilità per i proprietari di terreni inseriti in un ambito (cioè una  zona individuata dal piano regolatore comunale) del Comune di Muggia di presentare progetti di edificazione se non avessero avuto – in base all’imponibile catastale – almeno i due terzi del valore delle aree e degli edifici compresi nell’ambito. Il terreno su cui si voleva realizzare il centro commerciale era appunto inserito in un ambito diviso tra più proprietari, ma la società proponente possedeva appena 1/8 della superficie dell’ambito stesso. Quindi si sarebbe dovuto raggiungere un accordo con gli altri proprietari di terreni dell’ambito facendo sottoscrivere loro il progetto di iniziativa privata anche perché la zona, che fino a quel momento era inedificata, avrebbe assunto ai fini catastali e fiscali un altro valore quando vi si fosse costruito. Ma nulla di questo venne fatto. La società privata presentò il progetto che non aveva i requisiti per potere essere autorizzato, il Comune diede il via libera al centro commerciale, ed io, per avere pubblicamente segnalato l’illegittimità di quanto si stava facendo ed avere richiesto l’intervento dell’autorità giudiziaria, venni rinviato a giudizio e condannato a pagare 31.366 Euro ai componenti della commissione edilizia comunale, cioè a coloro che avevano autorizzato l’illecito.

Caso chiuso e tutti contenti quindi visto che questi progetti portano grossi investimenti, e le regole nel nome dei soldi si possono pure “dimenticare”. E poi la regione Friuli Venezia Giulia, si sà, è terra di conquista per le mafie del cemento che qui trovano ottime condizioni per riciclare il proprio denaro insanguinato.

Basti pensare che il maggior centro commerciale della regione è stato costruito senza nemmeno sottoporlo alla (obbligatoria) procedura di V.I.A. (Valutazione Impatto Ambientale)… L’importante sono le cascate di denaro che si riversano nel territorio dividendosi in mille rivoli che rendono “fertile” questa terra. Una “fertilità” che significa ricchezza, ma anche perdita della legalità (o perlomeno di quel che ne rimane) e assoggettamento alle mafie.

Ma non proprio tutti possono ritenersi soddisfatti di una simile conclusione. Se la mia condanna ha permesso di “legalizzare” un lucroso abusivismo edilizio, è anche vero che ha aperto un altro fronte creando un precedente pericolosissimo. A seguito della realizzazione del centro commerciale l’intero ambito ha infatti subito una rivalutazione economica ai fini dell’ICI. Ed ora Equitalia ha presentato il conto anche agli altri proprietari dell’ambito i cui terreni inedificati vengono equiparati (essendo appunto l’ambito unico) a quelli edificati del centro commerciale.

I piccoli proprietari però si difendono dichiarando che i loro possedimenti sono per legge di fatto inedificabili, e altrettanto doveva valere per i “potenti” vicini del centro commerciale. Per potere presentare qualsiasi progetto bisognerebbe avere i “famosi” due terzi del valore dell’ambito (che nessuno ha)…

Questo prevede la legge non rispettata da chi ha autorizzato quel centro commerciale… E questo era quello che io, il povero ambientalista che pensava di poter fare prevalere le ragioni della legalità, avevo segnalato inascoltato fin dall’inizio…

Ed ora come se ne esce? Se la Commissione Tributaria, a cui gli altri proprietari dei terreni dell’ambito si sono rivolti, dovesse dare ragione ai ricorrenti verrebbe “riabilitato” l’ambientalista ingiustamente condannato per essersi opposto all’illecito urbanistico. Ma questo porterebbe anche alla chiarissima evidenza delle gravi omissioni da parte del Comune e della stessa autorità giudiziaria, che in definitiva questo abusivismo ha coperto. Come andrà a finire? Verrà  ripristinata la legalità o consolidata l’illegalità? Certo è che la lunga attesa (i ricorsi tributari sono pendenti da più di un anno e mezzo) lascerebbe presagire tentativi di accomodamento all’italica maniera. Il Comune di Muggia, pur essendo cambiata amministrazione, si è inoltre ben guardato dal prendere posizione sull’argomento. Da proteggere prima di tutto è l’investimento, ovvero il centro commerciale (anche se fuorilegge). Poi il diritto dei piccoli proprietari a non dover pagare tasse abnormi a copertura di un reato commesso da altri. Solo l’ambientalista è sacrificabile: infatti è l’unico che non si è mosso per suoi interessi personali, ma per difendere il diritto della legalità. Ma è possibile la legalità in uno Stato corrotto?

Roberto Giurastante

(tratto dal Blog “Ambiente e legalità”)

EFFETTO SIOT: 40 MILIARDI DI LITRI DI ORO NERO OGNI ANNO IN UN TERRITORIO SULL’ORLO DEL COLLASSO AMBIENTALE

TRA INQUINAMENTO E RISCHI PER LA SICUREZZA, IL PESANTE FARDELLO DEL PRINCIPALE TERMINAL PETROLI DEL MEDITERRANEO

Il terminale petrolifero della S.I.O.T. nel porto di Trieste, in funzione da 44 anni, è il più grande del Mediterraneo. Le parti a mare del terminal sono ubicate nella Baia di Muggia (parte meridionale del porto di Trieste) e consistono di due pontili a pettine a doppio attracco collegati alla costa da un pontile di collegamento di 580 metri di lunghezza. I due pontili per l’attracco delle petroliere sono lunghi rispettivamente 475 e 490 metri e possono accogliere petroliere con dislocamento massimo di 280.000 tonnellate. Dai pontili di scarico delle petroliere il greggio viene pompato ai depositi costieri situati nella vallata di Zaule nel Comune di S. Dorligo della Valle-Dolina tramite quattro condotte parzialmente interrate di lunghezza complessiva di circa 9 km. I 32 depositi di stoccaggio hanno una capacità di 2 milioni e trentamila metri cubi di petrolio. I depositi hanno un diametro variabile da 40  a 83 metri con altezze comprese tra i 17 e i 20 metri. Annualmente la movimentazione è di circa 40 milioni di metri cubi di petrolio che vengono portati con un oleodotto di 450 km ad Ingolstadt. Si tratta quindi di un impianto strategico per l’Unione Europea e per la NATO.

L’estrema vulnerabilità del terminale è stata già dimostrata dal grave e spettacolore attentato del 4 agosto del 1972 ad opera di “settembre nero”, movimento terrorista palestinese. La tecnica utilizzata dagli attentatori era stata di sistemare le cariche esplosive sull’unica tubazione di carico e scarico tra il mantello di tre serbatoi e la valvola di intercettazione. Il greggio fuoriuscito prese immediatamente fuoco riversandosi nei bacini di contenimento e nei terreni circostanti. Un quarto serbatoio da 80.000 metri cubi posto vicino ai tre fatti saltare in aria prese anch’esso fuoco per effetto domino dovuto all’irraggiamento. Le conseguenze di quell’attentato furono gravissime ma vennero tenute nascoste per non mettere in discussione l’esistenza stessa dell’impianto. Il petrolio bruciò per giorni avvolgendo con la sua tossica nube nera innalzatasi per chilometri l’intera provincia di Trieste e il litorale dell’attuale Slovenia. Ma non fu solo quello il danno.

Migliaia di metri cubi di greggio fuoriusciti dai depositi contaminarono diffusamente i terreni (anche agricoli) e la falda della valle di Zaule. Nessuna bonifica fu mai avviata. Nessun provvedimento per la difesa della salute pubblica venne adottato.

E anzi, quel poco che venne fatto servì solamente ad estendere le conseguenze del disastro ambientale; le autorità procedettero a smaltire la terra più contaminata e gli stessi residui di idrocarburi delle cisterne semplicemente buttando il tutto in alcune grotte dell’altopiano carsico: nemmeno gli attentatori sarebbero riusciti a pensare ad una soluzione migliore per portare maggior danno.

Sono passati quasi quarant’anni da quei giorni. Nel frattempo il terminal petroli di Trieste ha pompato oltre 1,2 miliardi di tonnellate di greggio verso Austria e Germania. Sedicimila le petroliere transitate nel porto di Trieste. Ma questa intensa attività ha aggravato la pesante eredità dell’attentato del lontano 1972. Inquinamento su inquinamento, perché le stesse condotte che trasportano il petrolio hanno avuto perdite nel corso degli anni. E non sempre questi incidenti sono stati resi pubblici.

Ma nel 2007 il Ministero dell’Ambiente ha deciso di inserire la SIOT con il suo parco serbatoi nel S.I.N. (Sito Inquinato Nazionale) di Trieste a causa del pesante inquinamento esistente e a seguito di due gravi incidenti con fuoriuscita di greggio avvenuti tra l’agosto del 2006 e il gennaio del 2007.

Nel solo incidente dell’agosto 2006 dalle tubazioni interrate erano fuoriusciti 75 metri cubi di petrolio con contaminazione delle acque di falda. E la reazione dell’azienda non era certo stata delle più adeguate. Oltre a minacciare azioni legali nei confronti di chi aveva reso pubbliche queste notizie, la SIOT aveva provveduto – dall’alto dei suoi enormi mezzi economici – a comprare intere pagine a pagamento sui giornali locali per comunicare di essere un’azienda rispettosa dell’ambiente con standard di controllo qualitativi ai massimi livelli… In appoggio dell’industria inquinante si erano espresse tutte le amministrazioni pubbliche locali, e tra queste la Regione Friuli Venezia Giulia aveva sconfessato l’operato del Ministero dell’Ambiente, troppo severo con la SIOT…

Di fatto la situazione di inquinamento dell’intera area dove è ubicato il parco serbatoi è pesantissima, ma l’attentato del 1972 è in definitiva diventato un utile paravento per nascondere un degrado ambientale stratificatasi negli anni senza alcun controllo da parte degli enti preposti a garantire ambiente e salute pubblica.

Dalle analisi del Ministero dell’Ambiente sono emersi dati che definire preoccupanti è dir poco.

Benzene [classificato UE: cancerogeno cat. 1; classificato EPA: gruppo A; persistenza +] con valori 100 volte superiori ai limiti di legge… idrocarburi pesanti fino a tre volte oltre i limiti… Etilbenzene, Tricloretlilene, Manganese in abbondanza… E lo stesso Ministero dell’Ambiente è arrivato a contestare alla SIOT di non avere comunicato la situazione effettiva dell’inquinamento dei propri terreni avendo fornito dati non corrispondenti alla realtà.

Ma in mezzo a questa guerra di analisi, di numeri, di interpretazione delle leggi  ci sono   degli esseri umani. Quelli che vivono nei paesi vicini al terminale. Ad esempio gli abitanti di Mattonaia che si trovano i depositi a 100 metri dalle proprie case e che devono sopportare le conseguenze di questo inquinamento protetto per interessi superiori.

Loro utilizzano l’acqua di falda, quella contaminata dal benzene… nessuno gli ha detto che è pericolosa… non bisogna creare allarmismi… non bisogna dare fastidio all’industria che tutto controlla...

Queste persone hanno provato a protestare contro le ammorbanti esalazioni degli idrocarburi che avvolgono l’intera vallata, ma gli hanno detto di non preoccuparsi… quella “puzza” non fa male… è solo fastidiosa… devono avere fiducia e rassegnazione. Requisiti indispensabili per chi vuole vivere in queste terre assoggettate ai peggiori interessi Stato. Fiducia negli amministratori pubblici, quelli che per anni nulla hanno fatto per difenderli preferendo gli accordi con la potente industria inquinante, e la sana rassegnazione di coloro che sanno di non potere cambiare il loro triste destino.

E così la gente continua a morire. Morire di un inquinamento negato. Il greggio sprigiona il letale benzene che è presente anche nei vapori. Il benzene è uno dei principali inneschi per le leucemie e per il cancro. Ma i “sudditi” di Mattonaia e dei paesi vicini non possono essere informati di questo: devono morire e basta. Possibilmente in silenzio. Perché se ti ribelli vieni pure trascinato in tribunale e ti fanno pagare per avere osato sfidare i potenti padroni…

E poi ci sarebbe anche l’aspetto non irrilevante della sicurezza. Il terminale petroli con i suoi depositi ricade nell’ambito di applicazione della Direttiva Seveso. Ma la pianificazione delle emergenze è stata attuata solo dal 1991, pur essendo l’impianto in funzione dal  lontano 1967, e pur essendo stato oggetto dell’attentato del 1972. Il piano delle emergenze esterne è stato rinnovato solo nel 2008, ed in ogni caso non prende in considerazione in alcun modo il rischio attentati… Strano, no? Possibile che dopo aver subito un devastante atto terroristico la SIOT non prenda in considerazione una tale probabilità tutt’altro che fantasiosa? Possibile che lo Stato (il piano deve essere validato dalla Prefettura) non si accorga di tale “lieve mancanza”? Che razza di prevenzione delle emergenze è quella che esclude a priori i rischi a cui dovrebbe dare risposta? La risposta è una sola… siccome non c’è alcuna possibilità di difesa, inutile allarmare gli ignari cittadini. Ecco così che nel piano di emergenza esterno adottato il 30 giugno 2008 (una revisione fatta “appena” dopo 17 anni contro i tre imposti per legge!!!) per completare l’opera non viene nemmeno considerato lo scenario incidentale peggiore possibile, ovvero quello dell’effetto domino con il coinvolgimento di tutti i 32 depositi.

Come dimostrato proprio dall’attentato del 1972, le cisterne possono essere investite per irraggiamento dagli incendi verificatisi in quelle adiacenti propagando così a catena il disastro. Cosa accadrebbe se tutti 32 i depositi si incendiassero a causa di un incidente o di un attentato con effetto domino? Quanti sarebbero i morti tra la popolazione tenuta all’oscuro dell’incombente minaccia?

Ma intanto, in attesa che qualcuno si decida a rispondere, le autorità italiane hanno ben pensato di incrementare ulteriormente il rischio autorizzando vicino al terminal petroli anche un terminal gas. Nessuno studio sulle conseguenze di incidenti a catena e tutti tranquilli. Tanto da queste parti la gente è fin troppo rassegnata al proprio destino…

PREVENZIONE EMERGENZE NUCLEARI

PRESENTATA LA CAMPAGNA PER IL RISPETTO DELLE NORME EURATOM PROMOSSA DA GREENACTION TRANSNATIONAL, MONDO SENZA GUERRE E SENZA VIOLENZA, COMITATI AMBIENTALISTI LOMBARDI, RETI ADERENTI ALLA CAMPAGNA PER LA SMILITARIZZAZIONE DELLA SICILIA

Il 16 luglio 2011 presso la sede del CSV di Trieste è stata presentata la campagna per la prevenzione delle emergenze nucleari promossa da Greenaction Transnational, Mondo senza Guerre e senza Violenza, Comitati Ambientalisti Lombardi e reti aderenti alla campagna per la smilitarizzazione della Sicilia. La campagna, aperta all’adesione di comitati,  associazioni e cittadini, si prefigge di ottenere il rispetto delle norme EURATOM sulla prevenzione delle emergenze radiologiche in Italia (e a Trieste).

Ad illustrare l’iniziativa, che vedrà nei prossimi mesi nuove conferenze in Lombardia, Piemonte, Sicilia, sono stati Roberto Giurastante (Greenaction Transnational) e Tiziana Volta (Mondo Senza Guerre e senza Violenza – Brescia).

L’iniziativa è nata dalla collaborazione sorta tra le associazioni aderenti durante la campagna referendaria contro il nucleare. La schiacciante vittoria del NO al nucleare in Italia non è infatti sufficiente a garantire i cittadini dagli incidenti agli impianti che circondano l’Italia settentrionale (13 entro i 200 km dai confini).

La campagna parte, non solo simbolicamente, da Trieste, la città più esposta ai rischi di un disastro nucleare: Trieste si trova infatti nel raggio di azione (130 km di distanza) della più pericolosa centrale nucleare europea, quella di Krško in Slovenia costruita in zona ad alta sismicità e sotto l’effetto del vento dominante di Bora (che amplificherebbe le conseguenze di un fall out). Il porto di Trieste è inoltre uno dei pochi nei quali possono transitare e sostare unità militari a propulsione nucleare.

PROCESSO AGLI AMBIENTALISTI DI GREENACTION CHE SI OPPONGONO AI RIGASSIFICATORI NEL GOLFO DI TRIESTE

PRIME INCOMPATIBILITÀ DEI GIUDICI DESIGNATI

E’ iniziato il 6 giugno al Tribunale di Trieste, su denuncia di altra associazione ambientalista, il processo per reato di opinione nei confronti di Roberto Giurastante responsabile Greenaction Transnational e portavoce in Italia di AAG (Alpe Adria Green). 

L’udienza del 6 giugno pur essendo di smistamento ha già dato indicazioni sulle difficoltà processuali di questo procedimento.

Il giudice dello smistamento Filippo Gulotta (presidente della sezione penale del Tribunale di Trieste) si è trovato coinvolto in un’inchiesta disciplinare avviata dal C.S.M. su denuncia dello stesso Giurastante assieme a numerosi altri magistrati del palazzo di giustizia di Trieste.

Diventando quindi incompatibile nel processo in cui imputato è appunto Giurastante. Ma il giudice, pur essendo stato debitamente sollevato il problema ben prima dell’udienza, non si è astenuto dal procedimento assumendo inoltre decisioni contro gli imputati in assenza del difensore di fiducia che aveva chiesto il rinvio dell’udienza essendo convalescente in malattia.

Il processo è quindi stato avviato, con questi non lievi vizi procedurali e pregiudiziali nei confronti degli imputati, vistisi ledere gravemente i propri diritti difensivi, e rinviato all’udienza del 21 settembre del 2011 con giudice istruttore Paolo Vascotto. Anche quest’ultimo risulta peraltro essere tra i magistrati oggetto di esposti agli organi inquirenti e disciplinari dell’autorità giudiziaria.

Il problema, non semplice dei conflitti in corso tra gli ambientalisti di Greenaction e parte del Tribunale di Trieste, è stato segnalato agli organi di controllo della magistratura anche in funzione dei procedimenti ora aperti presso le autorità comunitarie.

Roberto Giurastante è infatti tra i maggiori oppositori dei terminali di rigassificazione nel Golfo di Trieste fortemente sostenuti dalle autorità italiane ed autore di rilevanti denunce sugli inquinamenti transfrontalieri.

E dalle sue denunce sono scaturiti numerosi procedimenti di infrazione tuttora in corso nei confronti dell’Italia. Ma per la sua attività ha subito, oltre che aggressioni giudiziarie, pure pesanti intimidazioni e minacce di morte.

Per approfondimenti sull’udienza del 6 giugno si rimanda al documento “La giustizia nera” di R. Giurastante.

CATASTROFE NUCLEARE

COSA ACCADREBBE SE…

La sottovalutazione delle conseguenze di un disastro nucleare a cui si assiste in Italia pur di fronte alla drammatica realtà dell’apocalisse giapponese, è il frutto di una politica consolidatasi nel corso degli anni: quella della negazione della prevenzione. Una politica che ha avuto pesanti conseguenze sullo stesso sviluppo del Paese. Prevenzione significa infatti “prevedere” e adottare le adeguate misure per ridurre gli effetti degli eventi catastrofici naturali e non. Che possono essere terremoti, maremoti, eruzioni vulcaniche, alluvioni, ma anche incidenti rilevanti causati dall’uomo (vedi impianti industriali e nucleari). Prevenzione significa anche non costruire in zone geologicamente instabili, o nelle aree di esondazione dei corsi d’acqua, o a ridosso dei vulcani. E costruire le strutture secondo rigorosi criteri antisismici. Insomma, norme dettate dal buon senso e che eviterebbero lutti e spese inutili.

E proprio sul nucleare la necessità della prevenzione è massima. Un’emergenza radiologica non può essere affrontata come una normale catastrofe naturale. In caso di fall out radioattivo o tutti sanno già perfettamente quello che devono fare, oppure i morti si conterebbero a decine di migliaia.

Eppure in questo momento nell’Italia del “piano nucleare nazionale” – peraltro ancora misterioso – con cui il governo punta fortemente alla costruzione di centrali atomiche per assicurare l’autosufficienza energetica al Paese, il piano nazionale delle misure protettive contro le emergenze radiologiche (approvato solo nel marzo del 2010 e dopo che l’Italia era stata sottoposta ad un procedimento di infrazione comunitario) risulta essere ancora decisamente inadeguato (oltre che sconosciuto) per affrontare anche un semplice incidente; figurarsi una catastrofe nucleare.

Ma cosa accadrebbe se una centrale nucleare ai confini dell’Italia dovesse avere un incidente severo a causa di un guasto, di un errore umano, oppure di un terremoto?

Mettiamo a disposizione sul nostro sito lo studio (clicca qui per la versione italiana o qui per la versione inglese) indipendente del dott. Giuseppe Nacci medico chirurgo specialista in medicina nucleare che analizza le conseguenze di un grave incidente alla centrale slovena di Krško a 120 km dal confine Nord Orientale italiano. La centrale è costruita in area sismica.

Dall’introduzione dello studio “La minaccia della centrale atomica di Krško”:

“Supponiamo che a Krsko, venga a crearsi l’incidente più grave che possa accadere in un reattore ad acqua, e cioè la perdita totale del liquido usato per raffreddare il nocciolo di uranio. In questa disgraziata eventualità, il nocciolo di uranio si surriscalderebbe, il materiale fuso entrerebbe in contatto con l’acqua delle turbine, trasformandola in vapore, e questo causerebbe lo scoperchiamento del recipiente di contenimento con conseguente fuoriuscita del materiale radioattivo. Supponiamo ancora che, a causa di questa esplosione, nell’aria vengano emessi un terzo di tutti i nuclei radioattivi presenti nel reattore.
Secondo vecchi studi di oltre 30 anni fa, in un incidente di questo tipo la radioattività del materiale fuoriuscito ammonterebbe a circa un miliardo e mezzo di Curie e la nube radioattiva, con un vento di 24 km/h presenterebbe un’estensione di contaminazione pesante (Fall out nero) del raggio di 68 km dalla centrale di Krsko. A questo punto da parte nostra è possibile stimare diversi livelli di contaminazione radioattiva che si avrebbero su Trieste e sul Friuli….”

TIPICAMENTE TOSSICO

LIVELLI RECORD DI TBT NEI MITILI DEL GOLFO DI TRIESTE

Il tributilstagno (TBT) è un composto organostannico usato nelle vernici antivegatitive al fine di combattere gli organismi incrostanti. E’ stato usato per decenni fino a quando non ne è stata rilevata l’elevata tossicità. Il limite di tollerabilità viene indicato in 1 nanogrammo per litro. Agisce sul sistema immunitario e su quello ormonale. I pesci sono particolarmente colpiti da questo pericoloso inquinante e con essi l’intera catena alimentare (uccelli marini, mammiferi marini ed esseri umani). Il TBT è stato messo al bando dall’Unione Europea per la sua pericolosità.  Dal 1 gennaio 2008 non è più consentito l’approdo nei porti comunitari di navi con carene verniciate con prodotti contenenti TBT.

Secondo gli studi più recenti il TBT sarebbe causa di disfunzioni ormonali importanti, che si manifestano nel sesso maschile con una minore capacità procreativa, in quello femminile con un accrescimento delle caratteristiche maschili. Gli effetti del TBT su alcuni animali hanno messo in evidenza che la produzione di estrogeni (ormoni femminili) viene bloccata, lasciando prevalere così il testosterone, l’ormone maschile. In alcuni casi sono stati registrati casi di animali con organi riproduttivi di entrambi i sessi.

Nell’indagine ecotossicologica sul Golfo di Trieste svolta dal centro interuniversitario di Biologia Marina di Livorno (diffusa da Greenaction Transnational) i dati relativi alle concentrazioni di TBT nei mitili (cozze) sono ben al di sopra di questo valore limite e vanno da un minimo di 0,024 mg/kg  (milligrammi per chilo) per arrivare a 0,075 mg/kg. Tradotto in pratica significano concentrazioni di TBT da 24.000 a 75.000 volte superiori al livello di tollerabilità in organismi marini che entrano poi nella catena alimentare.

Ma di fronte a questo avvelenamento continuato non si è a conoscenza di misure a tutela della salute pubblica. Un vero scandalo nello scandalo.

VIOLAZIONE DIRETTIVA SEVESO: TRIESTE NEL MIRINO DELLA COMMISSIONE EUROPEA

Trieste 1 ottobre 2010

La Commissione Europea ha confermato il procedimento di infrazione (n. 2007/4717) nei confronti dell’Italia per la violazione della direttiva Seveso a Trieste. All’Italia viene contestato di non avere fornito alla popolazione informazioni sufficienti in merito alle misure di sicurezza e al comportamento da tenere in caso di incidenti agli impianti industriali. L’Italia avrà ora due mesi di tempo per rispondere e per sanare le irregolarità. Scatterà altrimenti il deferimento alla Corte di Giustizia Europea.

Il procedimento è stato avviato a seguito delle denunce e della petizione (483/07) presentate nel 2007 alla Commissione Europea e al Parlamento Europeo da Roberto Giurastante responsabile dell’associazione Greenaction Transnational. 

Nella denuncia alle istituzioni comunitarie veniva evidenziata la sistematica violazione della legge Seveso nella provincia di Trieste dove, in presenza di otto impianti industriali a rischio di incidente rilevante ubicati in pieno contesto urbano, non erano state adottate le misure di sicurezza necessarie, a partire dalla predisposizione di effettivi piani di emergenza esterni (PEE) e per arrivare all’obbligatoria informazione da fornire ai cittadini, per affrontare le emergenze. Nella denuncia veniva inoltre contestato che in presenza di una simile e grave situazione di rischio fosse stato approvato, in sostanziale elusione della direttiva Seveso, il progetto di un terminale di rigassificazione nel porto di Trieste (adiacente alle industrie a rischio).

Proprio recentemente (agosto 2010) la denuncia è stata ancora integrata con nuovi rilevanti documenti sulle violazioni in corso. Greenaction Transnational ha anche attivato sul proprio sito internet un sondaggio per verificare il livello di conoscenza da parte della popolazione delle misure di sicurezza previste dalla legge Seveso. I risultati purtroppo si commentano da soli e confermano la drammaticità della situazione: il 98% dei votanti non è a conoscenza dei piani di emergenza degli stabilimenti industriali a rischio.

L’attuale procedimento di infrazione e il possibile deferimento dell’Italia alla Corte di Giustizia Europea, rappresentano un ulteriore ostacolo per il progetto del rigassificatore nel porto di Trieste. Se infatti al momento il procedimento non coinvolge ancora direttamente il progetto del terminale della Gas Natural a Zaule, è innegabile che gli effetti dell’inchiesta rischiano di travolgerlo. L’impianto dovrebbe infatti sorgere in mezzo agli stabilimenti industriali che sono oggetto della procedura di infrazione comunitaria. Il problema ovviamente non è rappresentato solo dalla mancata informazione alla popolazione delle misure di sicurezza da seguire in caso di incidente alle industrie.

La mancata campagna informativa nasconde anche il mancato addestramento della gente sul campo (compresi i piani di evacuazione di interi quartieri cittadini e dei vicini Comuni di Muggia e S.Dorligo-Dolina).

In discussione sono quindi gli stessi piani di emergenza esterni delle industrie pericolose sulla base dei quali è stato costruito lo scenario dell’effetto domino per il progetto del rigassificatore della Gas Natural nel porto di Trieste. Una sottovalutazione voluta del rischio che espone i cittadini a gravissime conseguenze e  che vede le amministrazioni pubbliche schierate a difesa degli interessi dei privati a danno della collettività. Una situazione che non può essere tollerata nell’Unione Europea dei diritti.