Il libro-inchiesta “Tracce di legalità” di Roberto Giurastante

Alla sede triestina di Greenaction Transnational, in Piazza della Borsa 7 (c/o  Trieste Libera, ammezzato) si può acquistare la nuova edizione aggiornata dello straordinario libro-inchiesta TRACCE DI LEGALITÀ – come le mafie e le corruzioni italiane inquinano il Territorio Libero di Trieste di Roberto Giurastante (548 pagine, 20 euro).

 

Il libro può essere acquistato nel seguente orario:

Lunedì – venerdì: 9.30 –12 e 16-19 Sabato: 9 – 19

Telefono: (+39) 040 2470772

 

Si tratta di un libro-inchiesta formidabile e documentatissimo, che ripercorre le indagini dell’autore sull’inquinamento di Trieste e sul sistema di governo che se ne è reso responsabile. Approfittando per decenni delle tensioni della Guerra Fredda infatti, a Trieste si è consolidato un sistema di corruzione di stampo mafioso che, in cambio dell’obbedienza alla Repubblica Italiana ha potuto godere di immunità e coperture istituzionali abnormi. Dal libro emerge l’intera rete di questo “sistema” che prospera derubando e impoverendo ogni giorno di più i cittadini, le imprese e l’ambiente del Territorio Libero di Trieste, che per salvarsi devono fine a questo sistema di corruzione.

 

Roberto Giurastante è già riuscito a piegarlo con denunce all’Unione Europea che hanno fatto aprire procedure d’infrazione contro l’Italia per violazioni a Trieste delle normative comunitarie sullo smaltimento dei rifiuti, sulla depurazione delle acque, sulla prevenzione radiologica (caso centrale nucleare di Krško), delle Direttive Seveso sugli impianti industriali a rischio, sull’inquinamento atmosferico e sul piano di emergenza esterna per il porto nucleare di Trieste.

 

A breve il libro uscirà anche in edizione inglese con il titolo “TRACKS OF LEGALITY – how Italian corruptions and mafias pollute the Free Territory of Trieste”.

Caratteristiche del libro:

Pagine: 548

Bianco e nero

Formato 14,8 x 21 cm (A5)

Rilegatura brossura fresata

Copertina morbida 4 colori

Costo del volume: 20 Euro

L’INQUINAMENTO TRANSFRONTALIERO ITALIA-SLOVENIA APPRODA AL PARLAMENTO EUROPEO

SOTTO ACCUSA FERRIERA DI SERVOLA, INCENERITORE E DEPURATORE FOGNARIO DI TRIESTE

Il Parlamento Europeo ha accolto la petizione (a cui è stato assegnato il n° 1459/07) presentata da Greenaction Transnational sull’inquinamento industriale continuato della città e provincia di Trieste e dell’area transconfinaria italo-slovena. Nella petizione presentata dall’associazione ambientalista ai sensi dell’art. 194 del Trattato CE viene denunciato l’inquinamento prodotto dai tre maggiori impianti industriali della provincia di Trieste: Ferriera di Servola (impianto siderurgico), inceneritore Acegas-APS (che tratta i rifiuti provenienti dall’intera regione) e depuratore fognario di Servola (il principale della regione).

Questi impianti rappresentano le maggiori fonti di inquinamento nell’area di confine e le loro emissioni e i loro scarichi investono direttamente le vicine Slovenia e Croazia determinando un inquinamento internazionale delle acque e dell’atmosfera. Nella petizione di Greenaction viene evidenziato che nonostante la pericolosità della Ferriera di Servola il Comune di Trieste ha consentito l’urbanizzazione dell’area un tempo rurale a ridosso dello stabilimento, trasformandola in un quartiere periferico densamente abitato.

Le emissioni di gas e polveri delle lavorazioni siderurgiche a ciclo continuo investono perciò direttamente migliaia di persone, tra lavoratori e residenti, e si diffondono con i venti in un circondario ancora più vasto, che include la città, il Carso, la cittadina di Muggia e territori di confine della Slovenia.

La rilevanza e la tossicità di tali emissioni, sia assoluta che per accumulo nei tessuti viventi, nel suolo e nel mare, è notoriamente provata da decenni e reca gravissimo pericolo e danno alla salute pubblica ed all’ambiente, suscitando forte allarme sociale.

Pur in presenza di una situazione di tale gravità le competenti autorità amministrative locali omettono tuttavia vistosamente da anni di assumere i necessari provvedimenti decisivi nei confronti dei grandi gruppi industriali avvicendatisi nella proprietà dello stabilimento.

Altrettanto vale per le notorie ed assommate emissioni inquinanti continue prodotte nella medesima area urbana, provinciale e transfrontaliera dall’inceneritore comunale privatizzato dei rifiuti solidi, le cui emissioni tossiche vengono misurate in percentuale al camino e non anche per quantità totale, accumulo e diffusione, nonché dal depuratore fognario fuori norma della città, il cui scarico sottomarino immette al largo nel Golfo di Trieste enormi quantità di liquami tossici. La Riserva di Miramare, una delle quattro aree marine italiane protette, si trova a circa 6 Km dallo scarico del principale collettore fognario di Trieste (quello di Servola) e a 2 Km da quello di Barcola (che scarica davanti alla zona balneare di Trieste).

Vi è pertanto una situazione di crescente ed esteso pericolo e danno sanitario ed ambientale, in presenza di una generale inerzia o quantomeno inefficacia istituzionale che può ragionevolmente lasciar supporre anche implicite od esplicite pressioni ostative politico-industriali localmente rilevanti.

 

SCARICA IL DOSSIER SUI DEPURATORI DI TRIESTE

DISCARICA ABUSIVA DI PORTO SAN ROCCO: CONFERMATO IL PROCEDIMENTO DI INFRAZIONE DA PARTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA

PROPOSTA UNA SANZIONE DA 284.800 EURO AL GIORNO

Trieste, 2.08.2013

La Commissione Europea ha confermato il procedimento di infrazione contro l’Italia per la discarica abusiva realizzata all’interno del marina turistico di Porto San Rocco. Il procedimento prende l’avvio dalla petizione 732/2010 presentata da Greenaction Transnational al Parlamento Europeo nella quale veniva denunciata la presenza della pericolosa discarica occultata all’interno del Marina di Porto San Rocco a Muggia.

La discarica da almeno 18.000 metri cubi di rifiuti tossico nocivi era stata realizzata in prossimità costruendoci sopra un’area verde ed un parco gioco per bambini. Nonostante la sua pericolosità (presenza di metalli pesanti, idrocarburi, PCB) per la salute, e le denunce di Greenaction nessun intervento di bonifica per la discarica è stato predisposto dalle amministrazioni pubbliche, a partire dal Comune di Muggia in cui ricade.

La discarica è stata quindi inserita dalla Commissione Europea nella procedura di infrazione n. 2003/2077 relativa alle 255 discariche abusive esistenti in 18 regioni italiane.

L’Italia ad oggi non si è ancora conformata alle richieste della Commissione Europea avviando la bonifica effettiva di tutte le discariche compresa quella di Porto San Rocco, ed ora rischia di essere condannata dalla Corte di Giustizia Europea ad una pesante sanzione pecuniaria che la Commissione Europea ha già determinato in 284.800 Euro al giorno.

CINGHIALI PERIURBANI A TRIESTE: GESTIRLI INVECE DI MASSACRARLI

È scoppiato il caso dei cinghiali alla periferia urbana di Trieste, dovuto in realtà ad inerzie annose di amministratori pubblici che ora vorrebbero prenderli a fucilate tra le case e nei parchi e boschi dove migliaia di cittadini passeggiano, corrono, vanno in bicicletta e portano a spasso i bambini ed i cani.

Il problema ha aspetti ambientali, pratici ed etici.

L’abbandono delle coltivazioni e della landa da pascolo attorno alla città ha fatto riestendere da decenni l’ecosistema dei boschi dal Carso triestino, in continuità con la verde Slovenia, sino alla periferia urbana, facendovi ritornare dopo i caprioli anche i cinghiali, e sull’altopiano pure alcuni cervi, daini, una colonia di camosci e qualche lupo e giovane orso di passaggio.

Tutte presenze pregevoli, discrete, elusive ed equilibrate naturalmente da selezione, competizione e disponibilità di cibo naturali, con l’ovvia condizione che ormai bisogna recintare anche qui le coltivazioni appetibili.

É invece l’innaturale disponibilità eccessiva di scarti alimentari abbandonati od offerti dall’uomo a causare esplosioni numeriche ed invadenze urbane dei selvatici onnivori, che diventano confidenti sino ad avvicinare le persone aspettandosi del cibo.

Finché sono scoiattoli o caprioli la gente se ne compiace, mentre coi cinghiali si spaventa, anche se sono animali pacifici se non vengono maltrattati o se ne minacciano i cuccioli (qui ci risulta sinora un unico caso, al Farneto, di un maschio che dopo essere stato attaccato da cani sciolti si mostra ora ostile a cani e padroni).

Ma in concreto a Trieste questi imbarazzi riguardano soltanto un piccolo numero di cinghiali dei boschi periurbani che vanno anche a cercare e ricevere cibo tra le case della periferia.

I rischi per il traffico non dipendono inoltre da questi animali né dai caprioli, che attraversano con minore cautela, ma dal mancato adeguamento dei segnali e dei limiti di velocità sulle strade che costeggiano i boschi, e dagli irresponsabili che vi superano di molto i 50 all’ora, specie di notte.

La questione etica è ovviamente se e quanto sia giusto ed onorevole uccidere senza necessità degli esseri viventi innocui o che non hanno comunque nessuna possibilità di difendersi. Ed occorre rifletterci su seriamente.

Le soluzioni per i cinghiali triestini sono comunque quelle logiche ed abbastanza semplici di tutta l’Europa civile: monitorare rapidamente, anche avvalendosi di volontari animalisti, questa piccola popolazione marginale semidomesticata; catturare gli esemplari invadenti od in soprannumero con il normale anestetico o con gabbie ed esche di cibo, per trasferirli altrove anche donandoli a parchi-zoo e zone di ripopolamento (facciamo già appello in tal senso); limitarne l’avvicendamento con altri cinghiali smettendo di lasciare in giro scarti commestibili ed evitando di nutrire i nuovi arrivati; dotare le strade ai margini dei boschi di segnali e limiti di velocità adeguati, e farli osservare.

Rispettando così doverosamente le sensibilità sia di chi si preoccupa per questi ospiti insoliti, sia delle persone che vi si sono affezionate nutrendo adulti e cuccioli, e che invece di venire ottusamente minacciate di sanzioni possono essere valorizzate come volontari per le suddette soluzioni civili, tempestive e sostenibili del problema.

ALTRI TRENI DEI RIFIUTI ARRIVATI A TRIESTE: LE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE CONTINUANO A RIFIUTARSI DI DARE RISPOSTE AI CITTADINI

EMERGENZA SANITARIA TRANSFRONTALIERA, E VIOLAZIONE DELLO STATUS GIURIDICO DEL PORTO INTERNAZIONALE DI TRIESTE

Trieste, 20 marzo 2013

E’ stata intensificata la campagna di trasporto dei rifiuti dalla Campania. Nuove ondate dei pericolosi rifiuti tossico nocivi vengono inviati con treni blocco a Trieste dove vengono rapidamente smaltiti nell’inceneritore cittadino. Il Comune di Trieste ha dichiarato tramite il Sindaco Cosolini e l’assessore all’ambiente Laureni che l’operazione andrà avanti senza alcuna interruzione.

I treni blocco vengono scaricati all’interno del Porto di Trieste utilizzando la linea ferroviaria interna con violazione dello status giuridico  del Porto Franco di Trieste, ente di Stato del Territorio Libero di Trieste che in base all’allegato VIII del Trattato di Pace non può trovarsi sotto la giurisdizione esclusiva di un solo Stato – Italia inclusa. Lo stesso inceneritore comunale è stato incredibilmente inserito all’interno del Porto di Trieste in aperta violazione del Trattato di Pace: solo la commissione internazionale gestita dai rappresentanti degli Stati europei avrebbe potuto eventualmente approvare un simile intervento nell’area, perché a dispetto dell’autorità portuale italiana, si tratta  del solo organo legittimato ad amministrare lo scalo del Territorio Libero.

L’intento del Comune che smaltisce i rifiuti campani a pagamento è di ottenere il maggior quantitativo di rifiuti possibile. Ad oggi almeno 75.000 tonnellate. Nessuna risposta è stata data alle richieste urgenti sulla qualità di rifiuti che arrivano dalla Campania, né sulla qualità e destinazione finale delle ceneri (almeno 1/3 dei rifiuti che entrano nell’inceneritore), né sulla quantità di diossine prodotte dall’inceneritore e sulla loro ricaduta e distribuzione al suolo.

L’inquinamento prodotto investe direttamente anche la Slovenia e la Croazia. La situazione è critica. Trieste in questo momento è diventata il principale punto di smaltimento dei rifiuti provenienti dalle terre della camorra. I treni blocco di rifiuti campani potrebbero ora arrivare con cadenza settimanale.

Le conseguenze sanitarie di questa massiccia operazione di smaltimento incontrollato dei rifiuti speciali campani si prospettano pesantissime. Circa 300.000 persone vengono investite dall’inquinamento a base di diossine prodotto dall’inceneritore di Trieste.

Allarme tumori ai massimi livelli a Trieste e nel Territorio Libero sotto illegittima e dannosissima amministrazione italiana.

CENSIMENTO ITALIANO A TRIESTE ILLEGITTIMO

GREENACTION SI RIFIUTA DI ADEMPIERE ALLA DIFFIDA DELLE AUTORITA’ ITALIANE

Con comunicazione dell’Ufficio Provinciale di Censimento (UPC) di Trieste del 17.01.2013  la nostra Associazione, con sede a Trieste, capitale dell’attuale Territorio Libero di Trieste in base al Trattato di Pace di Parigi del 1947 in vigore, ha ricevuto una diffida ad adempiere al 9° Censimento generale delle istituzioni non profit della Repubblica Italiana pena “Sanzione pecuniaria ai sensi dell’art. 11 del D.lgs 322/1989”.

Le sanzioni minacciate, in caso di inadempimento, verrebbero irrogate dal Prefetto di Trieste, che qui ha anche funzioni amministrative per conto del governo amministratore italiano.

Greenaction ha rispedito al mittente la richiesta rifiutandosi di fornire le risposte richieste  dalle autorità italiane, non essendo soggetto obbligato ai sensi del Trattato di Pace in vigore che determina lo status giuridico di Trieste. 

L’Italia non ha infatti alcuna sovranità sulla città e sul Territorio Libero di Trieste, avendola persa il 15 settembre 1947 all’entrata in vigore del Trattato di Pace (art. 21 comma 2 del Trattato di Pace), e non può imporvi le proprie leggi. 

Del fatto è stato informato anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, garante dell’integrità e indipendenza del TLT.

I cittadini del Territorio Libero di Trieste e tutti coloro che vi risiedono, non possono subire intimidazioni e/o subire condanne da parte delle autorità italiane nell’esercizio dei loro diritti assicurati dal Trattato di Pace, di cui è la Repubblica Italiana è tenuta al rispetto in base alle proprie stesse leggi.

RIFIUTI CAMPANI ED INQUINAMENTO TRANSFRONTALIERO: LA COMMISSIONE EUROPEA HA APERTO L’INCHIESTA

A SEGUITO DELLA PRESENTAZIONE DELLA DENUNCIA CONGIUNTA DI ALPE ADRIA GREEN – GREENACTION – LEGAMJONICI

Trieste 30.01.2013

Con comunicazione del 24 gennaio 2013 la Direzione Generale Ambiente – Ufficio applicazione, coordinamento per le infrazioni, ha informato Alpe Adria Green (Slovenia), Greenaction Transnational (Trieste) e il comitato Legamjonici (Taranto-Italia), di avere avviato l’inchiesta sullo smaltimento dei rifiuti dell’emergenza della regione Campania a seguito denuncia presentata nel settembre 2012 dalle tre ONG ambientaliste.

Nella denuncia congiunta gli ambientalisti sloveni, croati, italiani avevano evidenziato che l’operazione di esportazione dei rifiuti campani in altre regioni italiane che avevano messo a disposizione i propri impianti per smaltirli, veniva eseguita in regime di emergenza straordinaria che permetteva (e continua a consentire) di eludere completamente la legislazione comunitaria.

I rifiuti sono stati così fatti uscire dalla regione Campania in base a procedure di controllo semplificate che ne hanno permesso la messa in discarica e l’incenerimento nell’Italia settentrionale (Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia) e meridionale (Puglia) senza che fosse possibile appurarne la reale qualità. (Foto a lato: manifestazione davanti all’inceneritore di Trieste contro l’arrivo dei rifiuti campani).

Per completare l’operazione l’Italia ha inoltre rimandato di un anno l’entrata in vigore del sistema di tracciabilità dei rifiuti comunitario SISTRI che avrebbe anche permesso di controllare se effettivamente i rifiuti partiti dalle discariche campane erano gli stessi che poi arrivavano alla destinazione finale negli inceneritori del Nord o nelle discariche del Sud (Puglia, in particolare nell’area di Taranto).

In questo modo l’emergenza campana è stata semplicemente distribuita, esportandola, in altre aree e innescando situazioni critiche di livello transfrontaliero, come nel caso di Trieste dove i rifiuti incontrollati di Napoli e della Campania – spesso frutto della “particolare” gestione nel settore della Camorra – sono stati bruciati nel locale inceneritore comunale situato a tre chilometri in linea d’aria dalla Slovenia.

Nonostante le proteste dei cittadini e le richieste di chiarimento di Slovenia e Croazia almeno 25.000 tonnellate di rifiuti campani si sono così “volatilizzate” e senza che venisse nemmeno data risposta sulla destinazione finale delle ceneri.

Il tutto in base ad accordi economici in base ai quali le amministrazioni pubbliche locali hanno il massimo interesse a recepire e smaltire la maggior quantità possibile di “munnezza” campana pagata a tonnellata. Naturalmente a scapito della salute dei propri concittadini.

Articoli precedenti sull’argomento:

“Rifiuti della Campania: aggirato il sistema di monitoraggio Europeo”

“Treni dei rifiuti campani: asse privilegiato Napoli-Trieste”

“Treni blocco di rifiuti dalla Campania in arrivo a Trieste?”

“Chiarezza sui rifiuti della Campania”

“Perché i rifiuti della Campania non possono continuare ad alimentare nuove emergenze ambientali in Italia e all’estero”

QUEI FINANZIAMENTI SOSPETTI PER IL PORTO VECCHIO DI TRIESTE

RESTAURO DELLA CENTRALE IDRODINAMICA: ALTRO CAVALLO DI TROIA PER LA TENTATA SDEMANIALIZZAZIONE DEL PORTO FRANCO NORD DI TRIESTE?

Trieste, 3 gennaio 2013

Un tentativo per togliere di mezzo i preziosi punti franchi del Porto Nord di Trieste. L’ennesimo portato dallo Stato Italiano e questa volta con l’ausilio di una benemerita associazione per la tutela del patrimonio storico nazionale. In sintesi è questa l’operazione tentata e in corso sfruttando il restauro della vecchia centrale idrodinamica ubicata nel Porto Franco Nord (ribattezzato per lo scopo “porto vecchio”) di Trieste quale grimaldello per scardinare il regime di tutela internazionale che grava sull’area.

L’intervento di restauro degli edifici storici all’interno del porto viene quindi utilizzato strumentalmente per chiedere l’annullamento dei punti franchi o il loro spostamento.

La notizia viene pubblicata in data odierna, con le interviste ai rappresentanti dell’associazione Italia Nostra – che si occupa dei restauri – dal quotidiano Il Piccolo, con un titolo con non lascia molti dubbi sulle reali intenzioni delle autorità italiane e dei loro supporter: “Il Punto Franco si può spostare dopo il restauro”.

Il restauro della centrale idrodinamica è venuto a costare la bella cifra di 12 milioni di euro coperti in buona parte con fondi pubblici (nazionali, regionali, europei e dell’Autorità portuale).

Ma era possibile finanziare questo intervento e altri simili nel porto di Trieste visto il suo particolare “status giuridico”? Possibile che l’Unione Europea si sia fatta trascinare nella violazione di trattati internazionali dall’Italia che impone una propria sovranità illegittima sul porto di Trieste?

L’area oggetto dell’intervento finanziato con fondi comunitari si trova al di fuori della sovranità dello Stato Italiano ed è a tutti gli effetti un territorio extra UE, infatti:

– il porto di Trieste è un Porto Franco Internazionale garantito dal Trattato di Pace di Parigi del 1947 all’Allegato VIII (art. 1 comma 2);

– il Porto Franco di Trieste è un Ente di Stato del Territorio Libero di Trieste (art. 2 comma 1, Allegato VIII)  ovvero di uno Stato indipendente dichiarato e riconosciuto all’art. 21 del Trattato di Pace;

– la giurisdizione esclusiva di uno Stato è incompatibile con la lo status del Territorio Libero e del suo Porto Franco (art. 3 comma 2, Allegato VIII);

– nel Porto Franco valgono le leggi e i regolamenti in vigore nel Territorio Libero di Trieste (art. 4, Allegato VIII);

– il Direttore del Porto Franco ne ha la legale rappresentanza e non può essere né un cittadino italiano, né (ex) jugoslavo (art. 18, comma 2, Allegato VIII).

Il Trattato di Pace è stato firmato dall’Italia il 10 febbraio 1947 a Parigi, attuato nell’ordinamento italiano con il Decreto Legislativo del Capo Provvisorio dello Stato n. 1430 del 28 novembre 1947,  recepito nella Costituzione in vigore dal 1 gennaio 1948 all’art. 10, e ratificato il 25 novembre 1952 con legge n. 3504  tuttora vigente.   

Il Trattato di Pace è stato recepito nel Trattato di Roma del 1957 istitutivo della CEE il cui articolo 234 fa salvi gli effetti dei trattati anteriori.

In base all’art. 21 (comma 1) del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea costituisce obbligo per l’U.E. il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.

Il Trattato di Pace del 1947 non è mai stato emendato ed è tuttora pienamente in vigore costituendo la base dell’attuale ordinamento mondiale.

Gli obblighi derivanti dal Trattato di Pace non possono quindi essere in alcuno modo elusi dalla stessa Unione Europea. Si veda in tal senso l’interrogazione presentata al Parlamento Europeo il 1 marzo 2005 dal deputato Antonio De Poli, nella quale veniva messo in evidenza le particolari caratteristiche del territorio e del porto di Trieste quali aree extra comunitarie in quanto al di fuori del territorio della Repubblica Italiana. Nella risposta la Commissione Europea confermava che “la legislazione comunitaria non può naturalmente cambiare gli obblighi che scaturiscono da accordi internazionali concernenti Trieste”.

CHIESTO L’INTERVENTO DELLE NAZIONI UNITE

Trieste, 30 settembre 2012

Sabato 29 settembre 2012 si è svolta la  “marcia di sfondamento” sul Porto Franco Nord di Trieste organizzata dal Comune di Trieste.

L’iniziativa, fortemente sostenuta dagli organi di informazione locali, ad esclusione del giornale (indipendente) “La Voce di Trieste” (vedi qui articolo della Voce di Trieste sull’evento), che hanno anche falsificato propagandisticamente lo scarso numero dei partecipanti aumentandolo sino a “migliaia persone”, aveva lo scopo di appoggiare la tentata urbanizzazione speculativa edilizia privata illegittima dell’intera area portuale (70 ettari) situata nella parte settentrionale del porto, area sottoposta (con l’intero scalo Adriatico) ai vincoli e privilegi di Porto Franca internazionale dal Trattato di Pace di Parigi del 1947.

L’intervento “urbanistico” puramente speculativo si prefigge di “cambiare la destinazione d’uso” dell’unico porto internazionale europeo – e come tale al di fuori del territorio della Repubblica Italiana – per trasformarlo in un centro residenziale di lusso.

Il progetto avrebbe un valore di circa 1,5 miliardi di Euro, e benché sia anche economicamente impropronibile,  è sostenuto in prima linea dal Sindaco di Trieste Roberto Cosolini, dai parlamentari italiani Ettore Rosato, Roberto Antonione, Tamara Blazina, Roberto Menia, e dall’eurodeputata Debora Serracchiani (candidata del centrosinistra alla presidenza della Regione).

La manifestazione del 29 settembre, a cui nonostante la notevole propaganda mediatica hanno preso parte poche centinaia di persone, è un ulteriore e preoccupante segnale da non sottovalutare. L’Italia tenta di dismettere il Porto Franco di Trieste e minaccia di declassarlo ad area urbana, ma farlo significherebbe violare il Trattato di Pace del 1947.

Importante quindi la reazione degli stessi cittadini di Trieste che con il Movimento Trieste Libera hanno in tempi rapidi organizzato una contro manifestazione a difesa della legalità internazionale, erigendo un “muro” umano all’ingresso del Porto Franco Nord. Un “muro” che il partito trasversale della speculazione edilizia non è riuscito a sfondare.

Sulla delicatissima situazione creatasi sul Porto Franco Internazionale di Trieste è ora stato chiesto l’intervento al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. 

Greenaction Transnational, associandosi all’azione avviata a tutela dei diritti e della legalità internazionale reiteratamente violati a Trieste dalle autorità italiane, evidenzia inoltre la drammatica situazione di inquinamento del Porto Franco Internazionale e del Territorio Libero di Trieste ed annuncia la prossima presentazione di uno specifico dossier al Consiglio di Sicurezza ONU.

TRAFFICO DI RIFIUTI NUCLEARI NEL PORTO DI TRIESTE VIETATO DAL TRATTATO DI PACE

NESSUNA PREVENZIONE PER GESTIRE LE EMERGENZE RADIOLOGICHE, RISCHI ELEVATISSIMI

Trieste, 3 settembre 2012

La notizia che il governo Italiano avrebbe dato il via libera al trasporto e all’imbarco nel porto di Trieste di rifiuti nucleari in massima parte di origine statunitense non può che destare forti preoccupazioni. Le scorie radioattive definite come “strategiche” (probabili militari) dovrebbero arrivare dall’Austria nel porto di Koper-Capodistria in Slovenia dove verrebbero imbarcate e trasportate fino al porto di Trieste per essere unite ad un altro carico di rifiuti radioattivi di provenienza italiana (Saluggia) e caricate su unità navali USA per essere inviate negli Stati Uniti.

Sia il porto di Trieste, sia quello vicino di Koper-Capodistria sono classificati come porti militari nucleari e come tali è concesso al loro interno il transito e l’ormeggio di unità militari a propulsione nucleare e con armi atomiche a bordo. La classificazione di porti militari nucleari consente inoltre di condurre operazioni di smaltimento di rifiuti radioattivi al di fuori dei normali controlli previsti dalla legislazione vigente.

Il porto di Trieste ha peraltro lo status di Porto Franco Internazionale derivante dal Trattato di Pace del 1947, ed è quindi al di fuori del campo di applicazione delle norme EURATOM comunitarie, con responsabilità diretta dei suoi amministratori primari (i Governi di Stati Uniti e Regno Unito) per conto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sui quali grava l’incombenza di fare rispettare gli obblighi del Trattato.

Il Trattato di Pace all’Allegato VIII esclude perentoriamente che qualsiasi Paese possa esercitare una giurisdizione esclusiva (anche temporanea) sul Porto Franco internazionale di Trieste, che peraltro ha esistenza giuridica solo come ente di Stato del Territorio Libero.

Quanto sta accadendo è quindi prima di tutto una grave violazione del Trattato di Pace,  non avendo l’Italia la possibilità di decidere nulla in merito all’utilizzo del Porto Franco di Trieste che, come ricordato recentemente anche dalla stessa Commissione Europea, è tuttora vincolato dal rispetto dei trattati internazionali prevalenti sul diritto comunitario e nazionale e che lo pongono sotto il controllo di una Commissione internazionale.

Da non dimenticare poi la totale impreparazione a gestire le emergenze radiologiche sia nell’attuale Territorio Libero di Trieste che nel vicino Friuli (Italia) da parte delle amministrazioni pubbliche. Nonostante la presenza di una centrale nucleare quale quella di Krško in Slovenia a soli 130 Km dal confine della regione, e la classificazione del porto di Trieste quale scalo nucleare, nessuna misura di effettiva prevenzione e di informazione della popolazione è mai stata infatti attuata dalle amministrazioni pubbliche.

Lo scorso anno Greenaction aveva sollecitato la Regione Friuli Venezia Giulia ad intervenire per colmare le gravi lacune sulla prevenzione delle emergenze radiologiche attuando la legislazione comunitaria di riferimento. Greenaction evidenziava la criticità della situazione vista la perdurante assenza di informazioni ai cittadini, la mancanza di rifugi antiatomici, la mancanza di pastiglie di iodio da distribuire alla popolazione in caso di fall out radioattivo (scarica la richiesta).

La richiesta è rimasta a tutt’oggi inevasa a dimostrazione dell’indifferenza istituzionale nei confronti di una delle peggiori emergenze che si potrebbero dovere affrontare. Un atteggiamento intollerabile da parte di chi dovrebbe garantire sicurezza e salute pubblica, e che rischia di costare carissimo a decine di migliaia di persone che pagherebbero con la vita per le inadempienze impunite di un sistema di potere basato sull’elusione della legalità.

Impossibile quindi pensare di potere trasformare il Porto di Trieste in scalo per il traffico di materiale radioattivo (al limite della compatibilità con il suo status giuridico) e sottoponendo i cittadini completamente impreparati ai rischi di incidenti nucleari rilevanti.

Articoli precedenti sull’argomento: “Porto Nucleare di Trieste”“Emergenza Nucleare”

Dove la prevenzione radiologica viene fatta sul serio: Austria, come funziona la prevenzione emergenze nucleari