TRIESTE: UN PORTO INTERNAZIONALE SOTTO ASSEDIO ITALIANO

LE MANOVRE PER FAR DECADERE LO STATUS DI PORTO FRANCO INTERNAZIONALE  E DARE IL VIA LIBERA ALLA PIU’ GRANDE SPECULAZIONE IMMOBILIARE DELL’ADRIATICO

Il PRGC (Piano Regolatore Generale Comunale) di Trieste la cui ultima scadenza per l’approvazione è il 6 agosto 2011 (se entro quella data non verrà approvato dal Consiglio Comunale, lo strumento urbanistico decadrà e rientrerà in vigore quello precedente) nasconde molte insidie e poche certezze. Presentato come migliorativo con riduzione delle volumetrie edificatorie (cosa non molto difficile, visto che il piano precedente era stato fatto ad arte per le esigenze del cartello dei costruttori locale), in realtà si pone come strumento urbanistico di traino verso la nuova frontiera della speculazione edilizia triestina: l’area portuale.

Dal Carso al porto, questa la principale innovazione del riordino urbanistico della capitale dell’attuale Territorio Libero di Trieste. Ma per fare questo è necessario unire le forze.

Il porto di Trieste è infatti un porto Franco internazionale, status attribuitogli dal Trattato di Pace di Parigi del 1947. Una zona “off limits”, un ente di Stato del Territorio Libero di Trieste destinato solo ai traffici marittimi, e sub-amministrata dal governo italiano su delega dei governi di Stati Uniti e Regno Unito, amministratori primari per conto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

L’Italia non ha il potere di cambiare unilateralmente il Trattato di Pace in cui essa era oltretutto nazione sconfitta e quindi soggetta alle clausole imposte dai vincitori. Ecco così che alla strategia di annichilimento di Trieste perseguita da Roma, si associano plaudenti i fedeli amministratori pubblici locali. Trasversalmente ovviamente, che l’affare è di quelli grossi e c’è da mantenere le rispettive affamate tribù per un trentennio. Giusto il tempo di completare il sacco dell’ex primo porto dell’impero austroungarico e di consegnare definitivamente questa terra “irredenta” alle mafie.

Di questa lungimirante pianificazione strategica, necessaria peraltro anche per rafforzare il controllo dei traffici marittimi commerciali nazionali sul fronte calabrese-n’dranghetista (Gioia Tauro) – ben protetto negli ambienti politici romani, fa parte anche il Piano Regolatore Portuale, ovvero lo strumento urbanistico che detta gli sviluppi del porto di Trieste.

Uno strumento urbanistico realizzato in piena sinergia – e quindi in violazione conclamata di legge – con quello del Comune di Trieste. Via libera ai terminali di rigassificazione nella parte meridionale del porto (Porto Nuovo) a completare quello scalo combustibili nazionale (visto che qui è già attivo da oltre 40 anni il più grande terminale petrolifero del Mediterraneo, che non ha certo contribuito – con il suo inquinamento – ad allietare la vita della popolazione locale…) che in definitiva è quello che rimarrà del porto internazionale di Trieste.

Perché nella parte settentrionale (Porto Franco Nord) il porto dovrebbe essere addirittura “terminato” per fare posto alla nuova “Montecarlo Balcanica”. Marina turistici, alberghi, centri commerciali, di svago, residence, e quant’altro verrà in mente agli illuminati  investitori… Un affare da due miliardi di Euro che ha già portato l’Autorità Portuale a rilasciare le relative concessioni.

Ma siccome, pur nella perdurante disinformazione massmediatica, i pochi difensori della legalità sono anche qui attivi, si rendeva necessario un colpo di mano per tentare di “annullare” il regime di porto franco nell’area oggetto della speculazione. Ed anche qui lo Stato di diritto italiano ha dato il meglio di se stesso nell’uscire dai binari della legalità con l’improvvido intervento del Commissario di Governo del Friuli Venezia Giulia (il Prefetto di Trieste) che dall’alto dei suoi “supremi” poteri ha decretato la sospensione del regime di porto franco nell’area del “Porto Vecchio” (Porto Franco Nord) per permettere lo svolgimento di una pseudo-mostra d’arte collegata alla Biennale di Venezia. Che, per chiarire, nulla c’entra in questa squallida vicenda di basse speculazioni a forti interessi privati.

Una sorta di “cavallo di Troia” per cercare di occupare il territorio nemico e, con l’ausilio della “libera” stampa di queste parti, per cercare di convincere la popolazione della bontà delle scelte fatte. Non si torna indietro: il destino di Trieste è quello della restituzione alla città di quell’area del porto così ambita dagli immobiliaristi...

Una “restituzione” perlomeno discutibile comunque, visto che quell’area mai è appartenuta alla città, ma è sempre stata polmone del più attivo porto asburgico e poi il primo Governo di Stato Anglo-Americano del Territorio Libero di Trieste. Fino all’inizio dell’amministrazione italiana appunto.

Questa operazione spregiudicata è sostenuta peraltro anche da una parte degli ambientalisti che sposano – senza particolari remore – la forzata conversione del porto. Lo scambio sembra (a loro) vantaggioso: liberiamo la periferia della città dal cemento e scarichiamolo nel porto. Che tanto l’intera costiera triestina è già ampiamente deturpata.

Ma almeno il rispetto dei trattati internazionali interessa a qualcuno? Possibile che nessuno pensi che tentare di modificare unilateralmente il Trattato di Pace o ignorare le risoluzioni dell’ONU sul Territorio Libero di Trieste non porti a conseguenze? D’accordo che da queste parti la legalità è un oggetto misterioso, ma dai vertici di uno Stato di diritto ci si aspetterebbe qualcosa di diverso dalle solite incredibili affermazioni apodittiche espresse da funzionari e amministratori pubblici.

Di fronte ad una situazione di simile irresponsabilità istituzionale è necessario reagire in maniera energica per riaffermare il diritto calpestato.

Greenaction Transnational ha per questo avviato una prima azione a livello internazionale denunciando alla Commissione Europea come la sospensione del regime del Porto Franco di Trieste costituisca violazione del Trattato di Parigi del 1947 e delle risoluzioni dell’ONU sul suo status di ente di Stato del Territorio Libero di Trieste, e di conseguenza dello stesso Trattato UE che all’articolo 21 impegna l’Unione Europea e gli stati membri al rispetto del diritto internazionale.

Greenaction ha chiesto che la Commissione Europea si attivi ora non solo per far rientrare l’illegittima decisione dell’Italia sul porto di Trieste, ma anche per chiedere l’intervento diretto delle Nazioni Unite, a cui in definitiva spetta l’ultima parola sul Porto Franco internazionale di Trieste.

 

LA RISOLUZIONE DELL’ONU SUL PORTO FRANCO INTERNAZIONALE DI TRIESTE E SUL TERRITORIO LIBERO DI TRIESTE