PORTO INTERNAZIONALE DI TRIESTE, UNA STORIA DI ILLEGALITÀ CHE DURA DA DECENNI

NULLO ANCHE IL DECRETO DI SOSPENSIONE DEL PORTO FRANCO NORD CHE DOVREBBE APRIRE LA STRADA ALLA SPECULAZIONE EDILIZIA

Trieste, 8 maggio 2012

Mentre il Governo italiano si affanna ad organizzare improbabili convegni romani per spiegare al mondo le incredibili potenzialità di Trieste come “unico porto sovra nazionale europeo”, continua l’illegale sospensione del regime del Porto Franco nel settore Nord, decisa dalle stesse autorità italiane. Ma che sta accadendo realmente nello scalo più a Nord dell’Adriatico? Quali i motivi di comportamenti così schizofrenici da parte delle autorità italiane?

La sospensione del Porto Franco decisa dal Commissario di Governo fa in realtà parte della più ampia operazione speculativa con cui le amministrazioni pubbliche locali (Comune di Trieste, Provincia di Trieste, Regione Friuli Venezia Giulia), in accordo con le istituzioni nazionali “ben rappresentate” dall’Autorità Portuale, dal Commissario di Governo e dai vari ministeri, stanno cercando di portare a compimento la “missione impossibile”: urbanizzare il Porto Franco Internazionale di Trieste e sopprimerlo definitivamente.

Un intervento edilizio da 1,5 – 2 miliardi di euro per realizzare una nuova città a mare con la conversione forzata di un’area extraterritoriale – e quindi al di fuori della sovranità italiana – adattata alle esigenze delle mafie del cemento, che in questo grande affare coincidono con  quelle dello Stato Italiano.

L’obiettivo finale è infatti di eliminare per sempre quello che in ogni momento potrebbe ritornare ad essere il più pericoloso avversario dell’intera portualità italiana. Ecco perché gli interessi dello Stato Italiano qui sono quelli dei cartelli di quell’edilizia speculativa in odor di mafia. 

Il Porto Franco di Trieste per duecento anni, grazie alla sua posizione strategica e ai suoi fondali profondi, è stato il primo porto dell’impero austroungarico surclassando per traffici i porti italiani. Ma dopo l’occupazione italiana nel 1918 e la successiva annessione (1920) era cominciato l’inesorabile declino, completato dopo che il Governo italiano ha ricevuto l’amministrazione civile provvisoria di Trieste nel 1954. I traffici venivano dirottati sugli altri scali nazionali le zone franche rese inutilizzabili e abbandonate e il porto veniva trasformato in scalo combustibili con la realizzazione del principale terminal petroli del Mediterraneo. Tanto che il porto di Trieste è stato superato nei traffici commerciali anche dal vicino e molto più piccolo scalo di Koper-Capodistria (Slovenia).

Ma siccome i trattati internazionali non si possono cancellare, ora l’Italia si trova a dover rispondere  – a seguito delle denunce presentate dai cittadini, di Greenaction e di Trieste Libera alle istituzioni internazionali (Unione Europea, ONU) – delle propria malefatte. L’accusa è di avere violato il Trattato di Pace del 1947 che all’Allegato VIII riconosce l’esistenza del Porto Franco Internazionale di Trieste come ente di Stato del Territorio Libero di Trieste. 

In base al Trattato di pace non è possibile eliminare le zone franche del porto. Ma non solo.

Lo Stato italiano non ha sul porto e sul Territorio Libero di Trieste alcun potere legislativo, visto che il Memorandum d’Intesa del 1954 era un accordo tra Governi ed il Governo italiano, accettando il sub-mandato conferito dai Governi Britannico e Statunitense, si è impegnato a rispettare le leggi del Territorio Libero di Trieste. Non ultimo il Trattato di Pace tuttora in vigore. Leggiamolo:

Il comma b dell’articolo 1 dell’Allegato VIII (Trattato di Pace) che disciplina la gestione del “Free Port” di Trieste stabilisce che:

“Le merci in transito per il Porto Franco di Trieste godranno di libertà di transito ai sensi dell’Articolo 16 del presente strumento. Il regime internazionale del Porto Franco sarà regolato dalle disposizioni del presente strumento”.

L’articolo 16 al comma 1 stabilisce che:

“Il Territorio Libero e gli Stati, i cui territori sono attraversate da merci trasportate per ferrovia tra il Porto Franco e gli Stati che esso serve, assicureranno alle merci stesse libertà di transito, in conformità delle consuete convenzioni doganali, senza alcuna discriminazione e senza percezione di dazi doganali o gravami, che non siano quelli applicati in corrispettivo di servizi prestati”.

E al comma 3:

“Gli Stati che si assumono le obbligazioni nascenti dal presente Strumento, non adotteranno alcuna misura in materia di regolamenti o di tariffe che possa deviare artificialmente il traffico del Porto Franco a favore di altri porti marittimi”.

L’articolo 18 comma 1 stabilisce che:

“Il Porto Franco sarà amministrato da un Direttore del Porto Franco che ne avrà la rappresentanza in quanto persona giuridica”;

al comma 2:

“Il Direttore non sarà né un cittadino jugoslavo, né un cittadino italiano”;

e al comma 3:

“Tutti gli altri impianti del Porto Franco saranno nominati dal Direttore. Nella nomina degli impiegati dovrà essere data preferenza ai cittadini del Territorio Libero”.

Se poi andiamo a verificare quali sono le caratteristiche delle zone franche del Porto Libero (articoli 5, 6, 7 Allegato VIII) inquadriamo ancora meglio la “grande truffa” dello Stato Italiano ai danni di Trieste e dell’intera comunità internazionale.

Articolo 5:

“Le navi mercantili e le merci di tutti i paesi godranno senza restrizione del diritto di accesso al Porto Franco per il carico e la discarica sia di merci in transito, che di merci destinate al Territorio Libero o da esso provenienti. Le autorità del Territorio Libero non percepiranno sulle merci in importazione, in esportazione od in transito attraverso il Porto Franco né dazi doganali, né altri gravami, che non siano in corrispettivo di servizi prestati. Per quanto si riferisce tuttavia alle merci importate attraverso il Porto Franco, per essere consumate entro il Territorio Libero od alle merci esportate dal Territorio Libero attraverso il Porto Franco, saranno applicate le relative leggi e regolamenti in vigore nel Territorio Libero”.

Articolo 7:

“Il Direttore del Porto Franco potrà anche autorizzare in Porto franco la lavorazione delle merci. L’esercizio di attività industriali sarà consentito in Porto Franco soltanto a quelle imprese che esistevano nelle zone franche del porto di Trieste prima dell’entrata in vigore del presente Strumento. Su proposta del Direttore del Porto Franco, il Consiglio di Governo può consentire che vengano stabilite nuove imprese industriali entro i confini del Porto Franco”.

Queste Zone Franche nelle quali potrebbero anche essere insediate attività produttive industriali  creando migliaia di posti di lavoro sono state invece abbandonate dagli amministratori italiani per destinarle alla speculazione edilizia.

Quindi il decreto di sospensione del regime di Punto Franco nel Porto Franco Nord di Trieste emesso dal Commissario di Governo italiano a Trieste Giachetti è nullo perché in conflitto con le normative di grado superiore costitutive e vigenti nel Territorio Libero di Trieste: un vero abuso di potere in violazione dei trattati internazionali.

Ma la mancanza di potere legislativo si estende alla stessa autorità portuale (che non è la legittima Commissione Internazionale) e quindi a tutti gli organi che dichiarino di agire non per conto del Governo amministratore italiano, ma nel nome dello Stato Italiano, paese terzo che nel Porto di Trieste non può adottare propri strumenti urbanistici. Nullo il Piano Regolatore Portuale del 1957, nullo l’ultimo Piano Regolatore del 2005. Tutto sbagliato, tutto da rifare. Ma senza l’Italia.