CASO CHAP(2011)02184: EUROPA DI FRONTE ALLA QUESTIONE TRIESTE

Il procedimento CHAP(2011)02184 della Commissione Europea è un caso molto particolare e delicato. Un’inchiesta nei confronti dell’Italia che rischia di riscrivere la storia. In discussione la simulazione di sovranità italiana su Trieste e sul suo Porto Franco internazionale. E di conseguenza la stessa validità della legislazione comunitaria a Trieste tutt’ora, in base al Trattato di Pace del 1947, capitale del Territorio Libero.

L’inchiesta della Commissione Europea è stata avviata nel luglio del 2011 a seguito di denuncia presentata da Roberto Giurastante (responsabile di Greenaction Transnational) che come cittadino del TLT (Territorio Libero di Trieste) chiedeva alla Commissione Europea di intervenire sull’Italia la quale, come Stato membro UE, stava infrangendo il trattato di pace relativamente agli obblighi su Trieste estendendone le conseguenze a tutti gli Stati membri.

Una denuncia articolata che spaziava dalla situazione ambientale della provincia di Trieste, alla gestione del suo porto libero internazionale, alle violazioni dei diritti civili commesse dalle autorità italiane nei confronti dei cittadini di Trieste che difendevano legittimamente la loro terra da inquinamenti e corruzioni portate dal malgoverno italiano.

Una denuncia basata su un atto di accusa molto chiaro: l’Italia aveva violato lo status dell’attuale Territorio Libero di Trieste. Violazioni iniziate gradualmente dall’ottobre 1954, quando il Governo italiano ottenne un sub-mandato di amministrazione civile provvisoria dagli amministratori primari, i Governi di Stati Uniti e Regno Unito. L’amministrazione divenne presto simulazione della sovranità italiana: prima con la costituzione della Regione FVG (1963) poi con le propagande del 1975 sul c.d. trattato di Osimo con la conseguente imposizione delle leggi e delle esorbitanti tasse italiane, nonché con la graduale riduzione dei traffici del Porto Franco internazionale, pericoloso concorrente dei porti italiani.

Uno storia di illegalità costruita strato dopo strato in decenni di silenzi interessati, e a danno dei cittadini di Trieste, “esodati” in massa tra il 1954 e il 1963 (destinazione principale: Australia) per fuggire al nuovo regime italiano, già sperimentato nel ventennio fascista.

In 58 anni di controllo italiano la decadenza economica di Trieste è progredita inesorabilmente. Come il degrado ambientale del territorio, riempito di discariche dal Carso al mare Adriatico. Decadimento dovuto ad una mala amministrazione frutto di interessi convergenti. Da una parte quelli dello Stato italiano di ridurre il porto internazionale di Trieste ai minimi termini lasciandone prima inutilizzati i preziosi punti franchi (unici al mondo) per poi cercare di sopprimerli e di deviandone  i traffici pregiati sugli altri porti italiani, riducendo Trieste a scalo combustibili, dall’altra quelli dell’oligarchia politica locale (rappresentata sempre dalle stesse “famiglie” con relativi cortigiani) di arricchimento personale dietro una facciata di decadente, anacronistico nazionalismo italiano, sempre a danno della collettività.

Così a Trieste si è creata e rafforzata negli anni una poderosa classe politico-dirigenziale frutto di una feroce selezione negativa dei quadri – qui garantita dalle istituzioni nazionali – necessaria a mantenere il controllo in quella che per lo Stato italiano era ed è sempre una terra di conquista.

Ed ora è su questa situazione, che a livello internazionale è stata finora tollerata ma non giustificata, che sono stati accesi i riflettori di un’inchiesta che potrà portare molte sorprese. La Commissione Europea esprimendosi sulla questione Trieste ha già dichiarato che: “La legislazione comunitaria non può naturalmente cambiare gli obblighi che scaturiscono da accordi internazionali concernenti Trieste”.

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Roberto Giurastante per avere dichiarato davanti ai giudici italiani la sua inviolabile cittadinanza del Territorio Libero di Trieste, garantita dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dalla Carta delle Nazioni Unite, è stato condannato dall’autorità giudiziaria italiana a 1.500 Euro di sanzione. La sentenza della Corte di Appello di Trieste è già stata trasmessa alle autorità comunitarie.