250 TONNELLATE DI MERCURIO NELLE LAGUNE DI GRADO E MARANO

PESCI E MOLLUSCHI CONTAMINATI E NESSUN PROVVEDIMENTO SANITARIO PER BLOCCARNE LA VENDITA – IL MINISTERO DELL’AMBIENTE SOLLECITA ANALISI EPIDEMIOLOGICHE

E’ un reato lasciare che vengano immessi sul mercato alimentare prodotti inquinati? La risposta è ovviamente sì, uno dei peggiori reati possibili. Avvelenare la gente è un crimine che in ogni Paese viene severamente punito. E la stessa Unione Europea pone la massima attenzione sul problema della qualità degli alimenti tanto da avere una specifica Direzione Generale che nella Commissione Europea si occupa del settore (la SANCO).

Ecco cosa stabilisce il codice penale italiano all’art. 439 (avvelenamento di acque o di sostanze alimentari):

“Chiunque avvelena acque o sostanze destinate all’alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per il consumo, è punito con la reclusione non inferiore a quindici anni… Se dal fatto deriva la morte di alcuno, si applica l’ergastolo…”. Mentre all’art. 452 (Delitti colposi contro la salute pubblica) si afferma: “Chiunque commette, per colpa alcuno dei fatti preveduti dagli artt. 438-439 è punito (comma 1) con la reclusione da tre a dodici anni, nei casi per i quali le dette disposizioni stabiliscono l’ergastolo”.

Ma in Italia, si sà, le regole e le leggi sono poco più che semplice carta straccia. Anzi, le leggi sono spesso il paravento dietro il quale si nasconde l’enorme macchina della corruzione di Stato. Qui la regola d’oro è che nessuno deve vedere nulla. Una regola di vita. Vivi e lascia vivere. O morire. Dipende dai punti di vista. Perché quando si parla di inquinamento l’indifferenza, il far finta di nulla, ha solo come tragica conclusione di portare alla morte la gente, quella gente che le istituzioni dovrebbero rappresentare e tutelare. Lorenzo Tomatis noto oncologo, affermava:

“Quando si parla di prevenzione del cancro, tutti pensano alla cosiddetta diagnosi precoce, ma c’è una prevenzione che si può fare a monte, cercando non di limitare i danni della malattia diagnosticandola al più presto, quanto piuttosto di evitare l’insorgere del cancro, impedendo l’esposizione alle sostanze che lo provocano. La prevenzione primaria si occupa proprio di questo: fare ricerca sulle sostanze naturali o sintetiche per capire quali sono cancerogene e, una volta individuate, suggerire alle autorità sanitarie delle misure di salute pubblica per toglierle dalla circolazione. Si tratta di una strategia che protegge tutti – il ricco come il povero – ma purtroppo è bistrattata da scienziati, politici e autorità sanitarie”.

Le parole di Tomatis, scienziato triestino, ci vengono alla mente quando valutiamo quanto sta accadendo in tema di inquinamento nella sua regione, il Friuli Venezia Giulia. Qui l’inquinamento, pesante, massiccio come e più che in altre zone disastrate del Belpaese, è stato accuratamente nascosto dietro una facciata di efficienza. Falsa efficienza. Il solito mito del Nord Est produttivo, ordinato, pulito. Un mito lontano anni luce da una realtà che parla di vero saccheggio del territorio con punte massime nelle zone costiere dove l’inquinamento industriale si è abbattuto pesantemente. Due i siti inquinati nazionali: quello di Trieste e quello delle lagune di Grado e Marano. Ora però i nodi vengono al pettine. L’inquinamento blocca ogni possibile sviluppo e le bonifiche sono costose, difficili o addirittura irrealizzabili. Ma nel frattempo questo inquinamento industriale devastante continua ad avvelenare l’ambiente e gli esseri umani. Impossibile stabilire quante le vittime fino ad ora. Certo è che lo stesso Ministero dell’Ambiente da cinque anni chiede inascoltato che venga avviata con urgenza un’indagine epidemiologica nella bassa Friulana, nella zona delle lagune di Grado e Marano. Leggere i rapporti del Ministero dell’Ambiente su questo disastro ambientale è utile per capire che stiamo affrontando un’emergenza sanitaria nazionale volutamente nascosta, con decine di migliaia di persone esposte all’azione delle sostanze cancerogene. Perché qui non stiamo parlando solo di inquinamento del terreno e delle acque; qui l’inquinamento è arrivato al massimo livello con la contaminazione dell’intero ecosistema marino delle lagune che sono una delle principali aree di itticoltura italiane. Il pesce pregiato che viene allevato e pescato nelle lagune poi finisce sul mercato nazionale. Altrettanto vale per i molluschi. Ma il problema è che tutto questo  pesce che finisce sulle tavole dei consumatori nazionali, ma anche europei, è pesantemente contaminato. Ecco perché è difficile calcolare le conseguenze di questo inquinamento. Le vittime in realtà dovrebbero essere enormemente superiori a quelle che risulterebbero da un’indagine epidemiologica svolta solo in loco. E poi c’è il problema delle stazioni balneari di Grado e Lignano che si trovano ai margini di questa laguna tossica che i suoi veleni li porta anche nel Golfo di Trieste estendendo l’inquinamento a livello internazionale.

Dalla relazione del Ministero dell’Ambiente (Conferenza Istruttoria 3 marzo 2011):

“La caratterizzazione delle aree critiche (fiumi Aussa, Corno, Canale Banduzzi, Foce del fiume Aussa-Corno fino allo sbocco in mare, Blevedere, Cialisia, Coron, Lovato, Marano, Taiada, Videra-Porto Casoni, Molino, Cassa di colmata “A”), eseguita dala Commissario delegato nel 2003 aveva evidenziato una situazione di elevatissima contaminazione dei sedimenti ad opera principalmente del mercurio e del cromo esavalente nonché di altri metalli pesanti (As, Cd, Cu, Zn, Ni) e di idrocarburi C>12; la caratterizzazione dell’argine fronte laguna compreso tra i fiumi Aussa e Natissa sito, nel territorio dei Comuni di Terzo d’Aquileia ed Aquileia, aveva confermato la presenza di diffusi superamenti principalmente legati a metalli pesanti quali Mercurio e Nichel negli strati più superficiali (0-50 cm)… nonché superamenti per idrocarburi C>12 (picco 726 mg/kg rispetto al limite di 50 mg/kg)… la caratterizzazione integrativa eseguita dal precedente Commissario delegato lungo il sistema idrografico Banduzzi-Aussa ha confermato la presenza di una pesante contaminazione dei sedimenti in particolare da mercurio, con concentrazioni elevatissime (anche superiori a 1.000 mg/kg) che tendevano a diminuire dal canale a nord dello stabilimento definito “Banduzzion”, lungo il canale Banduzzi, procedendo verso la confluenza con il fiume Aussa… dall’analisi dei profili delle carote non emerge la tendenza ed un graduale e generale decremento del flusso di mercurio nonostante nel 1996 l’attività estrattiva delle minierie di Idria è cessata… la stima in via preliminare, per difetto, della quantità di mercurio “intrappolato” nei sedimenti lagunari è di circa 250 tonnellate… stante l’importanza della contaminazione da mercurio con ripercussioni sull’editibilità del pescato, degli allevamenti di venericoltura, molluschicoltura e itticoltura al fine di meglio definire gli obiettivi di bonifica da raggiungere nei sedimenti stessi, chiede all’Istituto Superiore di Sanità la definizione, entro 90 giorni dalla data della presente Conferenza di servizi istruttoria, dei livelli di intervento sulla base di criteri igienico-sanitari, atti anche a garantire l’edibilità dei bivalvi (vongole filippine) indipendentemente dalla loro taglia…”.

Quindi le lagune di Grado e di Marano NON SONO BONIFICABILI…

Ma il Ministero dell’Ambiente ribadisce anche l’allarme sanitario. Da cinque anni le richieste del Ministerp di vietare la vendita del pesce pescato nelle lagune, di vietare l’accesso alla popolazione, e di avviare uno studio epidemiologico per appurare quante persone sono state colpite da malattie tumorali a seguito dell’esposizione a questo massiccio inquinamento, rimangono invevase. E intanto la gente continua a morire di un inquinamento che si vuole negare.