RIFIUTI CAMPANI ED INQUINAMENTO TRANSFRONTALIERO: LA COMMISSIONE EUROPEA HA APERTO L’INCHIESTA

A SEGUITO DELLA PRESENTAZIONE DELLA DENUNCIA CONGIUNTA DI ALPE ADRIA GREEN – GREENACTION – LEGAMJONICI

Trieste 30.01.2013

Con comunicazione del 24 gennaio 2013 la Direzione Generale Ambiente – Ufficio applicazione, coordinamento per le infrazioni, ha informato Alpe Adria Green (Slovenia), Greenaction Transnational (Trieste) e il comitato Legamjonici (Taranto-Italia), di avere avviato l’inchiesta sullo smaltimento dei rifiuti dell’emergenza della regione Campania a seguito denuncia presentata nel settembre 2012 dalle tre ONG ambientaliste.

Nella denuncia congiunta gli ambientalisti sloveni, croati, italiani avevano evidenziato che l’operazione di esportazione dei rifiuti campani in altre regioni italiane che avevano messo a disposizione i propri impianti per smaltirli, veniva eseguita in regime di emergenza straordinaria che permetteva (e continua a consentire) di eludere completamente la legislazione comunitaria.

I rifiuti sono stati così fatti uscire dalla regione Campania in base a procedure di controllo semplificate che ne hanno permesso la messa in discarica e l’incenerimento nell’Italia settentrionale (Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia) e meridionale (Puglia) senza che fosse possibile appurarne la reale qualità. (Foto a lato: manifestazione davanti all’inceneritore di Trieste contro l’arrivo dei rifiuti campani).

Per completare l’operazione l’Italia ha inoltre rimandato di un anno l’entrata in vigore del sistema di tracciabilità dei rifiuti comunitario SISTRI che avrebbe anche permesso di controllare se effettivamente i rifiuti partiti dalle discariche campane erano gli stessi che poi arrivavano alla destinazione finale negli inceneritori del Nord o nelle discariche del Sud (Puglia, in particolare nell’area di Taranto).

In questo modo l’emergenza campana è stata semplicemente distribuita, esportandola, in altre aree e innescando situazioni critiche di livello transfrontaliero, come nel caso di Trieste dove i rifiuti incontrollati di Napoli e della Campania – spesso frutto della “particolare” gestione nel settore della Camorra – sono stati bruciati nel locale inceneritore comunale situato a tre chilometri in linea d’aria dalla Slovenia.

Nonostante le proteste dei cittadini e le richieste di chiarimento di Slovenia e Croazia almeno 25.000 tonnellate di rifiuti campani si sono così “volatilizzate” e senza che venisse nemmeno data risposta sulla destinazione finale delle ceneri.

Il tutto in base ad accordi economici in base ai quali le amministrazioni pubbliche locali hanno il massimo interesse a recepire e smaltire la maggior quantità possibile di “munnezza” campana pagata a tonnellata. Naturalmente a scapito della salute dei propri concittadini.

Articoli precedenti sull’argomento:

“Rifiuti della Campania: aggirato il sistema di monitoraggio Europeo”

“Treni dei rifiuti campani: asse privilegiato Napoli-Trieste”

“Treni blocco di rifiuti dalla Campania in arrivo a Trieste?”

“Chiarezza sui rifiuti della Campania”

“Perché i rifiuti della Campania non possono continuare ad alimentare nuove emergenze ambientali in Italia e all’estero”

QUEI FINANZIAMENTI SOSPETTI PER IL PORTO VECCHIO DI TRIESTE

RESTAURO DELLA CENTRALE IDRODINAMICA: ALTRO CAVALLO DI TROIA PER LA TENTATA SDEMANIALIZZAZIONE DEL PORTO FRANCO NORD DI TRIESTE?

Trieste, 3 gennaio 2013

Un tentativo per togliere di mezzo i preziosi punti franchi del Porto Nord di Trieste. L’ennesimo portato dallo Stato Italiano e questa volta con l’ausilio di una benemerita associazione per la tutela del patrimonio storico nazionale. In sintesi è questa l’operazione tentata e in corso sfruttando il restauro della vecchia centrale idrodinamica ubicata nel Porto Franco Nord (ribattezzato per lo scopo “porto vecchio”) di Trieste quale grimaldello per scardinare il regime di tutela internazionale che grava sull’area.

L’intervento di restauro degli edifici storici all’interno del porto viene quindi utilizzato strumentalmente per chiedere l’annullamento dei punti franchi o il loro spostamento.

La notizia viene pubblicata in data odierna, con le interviste ai rappresentanti dell’associazione Italia Nostra – che si occupa dei restauri – dal quotidiano Il Piccolo, con un titolo con non lascia molti dubbi sulle reali intenzioni delle autorità italiane e dei loro supporter: “Il Punto Franco si può spostare dopo il restauro”.

Il restauro della centrale idrodinamica è venuto a costare la bella cifra di 12 milioni di euro coperti in buona parte con fondi pubblici (nazionali, regionali, europei e dell’Autorità portuale).

Ma era possibile finanziare questo intervento e altri simili nel porto di Trieste visto il suo particolare “status giuridico”? Possibile che l’Unione Europea si sia fatta trascinare nella violazione di trattati internazionali dall’Italia che impone una propria sovranità illegittima sul porto di Trieste?

L’area oggetto dell’intervento finanziato con fondi comunitari si trova al di fuori della sovranità dello Stato Italiano ed è a tutti gli effetti un territorio extra UE, infatti:

– il porto di Trieste è un Porto Franco Internazionale garantito dal Trattato di Pace di Parigi del 1947 all’Allegato VIII (art. 1 comma 2);

– il Porto Franco di Trieste è un Ente di Stato del Territorio Libero di Trieste (art. 2 comma 1, Allegato VIII)  ovvero di uno Stato indipendente dichiarato e riconosciuto all’art. 21 del Trattato di Pace;

– la giurisdizione esclusiva di uno Stato è incompatibile con la lo status del Territorio Libero e del suo Porto Franco (art. 3 comma 2, Allegato VIII);

– nel Porto Franco valgono le leggi e i regolamenti in vigore nel Territorio Libero di Trieste (art. 4, Allegato VIII);

– il Direttore del Porto Franco ne ha la legale rappresentanza e non può essere né un cittadino italiano, né (ex) jugoslavo (art. 18, comma 2, Allegato VIII).

Il Trattato di Pace è stato firmato dall’Italia il 10 febbraio 1947 a Parigi, attuato nell’ordinamento italiano con il Decreto Legislativo del Capo Provvisorio dello Stato n. 1430 del 28 novembre 1947,  recepito nella Costituzione in vigore dal 1 gennaio 1948 all’art. 10, e ratificato il 25 novembre 1952 con legge n. 3504  tuttora vigente.   

Il Trattato di Pace è stato recepito nel Trattato di Roma del 1957 istitutivo della CEE il cui articolo 234 fa salvi gli effetti dei trattati anteriori.

In base all’art. 21 (comma 1) del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea costituisce obbligo per l’U.E. il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.

Il Trattato di Pace del 1947 non è mai stato emendato ed è tuttora pienamente in vigore costituendo la base dell’attuale ordinamento mondiale.

Gli obblighi derivanti dal Trattato di Pace non possono quindi essere in alcuno modo elusi dalla stessa Unione Europea. Si veda in tal senso l’interrogazione presentata al Parlamento Europeo il 1 marzo 2005 dal deputato Antonio De Poli, nella quale veniva messo in evidenza le particolari caratteristiche del territorio e del porto di Trieste quali aree extra comunitarie in quanto al di fuori del territorio della Repubblica Italiana. Nella risposta la Commissione Europea confermava che “la legislazione comunitaria non può naturalmente cambiare gli obblighi che scaturiscono da accordi internazionali concernenti Trieste”.