È POSSIBILE LA LEGALITÀ IN UNO STATO CORROTTO?

Il 14 febbraio del 2009 venivo condannato dal Tribunale di Trieste in appello per diffamazione nei confronti dei componenti la commissione edilizia del Comune di Muggia. Ero stato accusato di avere offeso la loro reputazione per avere denunciato pubblicamente e alla stessa autorità giudiziaria l’illegittimità urbanistica di un centro commerciale autorizzato dal Comune dopo il nulla osta rilasciato appunto dalla commissione edilizia. La sentenza di condanna veniva confermata dalla Cassazione il 14 maggio del 2010. Nel frattempo il centro commerciale era già stato realizzato. Di questo procedimento penale ho scritto in articoli precedenti commentando il comportamento dell’autorità giudiziaria (rimando per un’analisi ponderata agli articoli “Nel nome del cemento” e “La mafia ordinata del Nord Est: un sistema di governo perfetto?”).

Il caso è eclatante: ero stato ritenuto colpevole pur essendo riuscito, anche nel corso del processo, a dimostrare l’irregolarità urbanistica del centro commerciale; e per ottenere la mia condanna erano stati manipolati atti giudiziari e avallate contro di me le false testimonianze rese dai denuncianti. 

La stessa Cassazione per confermare la condanna commetteva una serie fin troppo incredibile di errori (ad esempio, la sentenza di condanna veniva scritta un mese prima dell’udienza…) che mi portavano ad essere giudicato sei volte per lo stesso ricorso con privazione totale dei miei diritti di difesa. Il caso, che è ora alla Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo a cui ho presentato ricorso, ben rappresenta il funzionamento di quello che potremmo definire il “Sistema Italia” delle illegalità diffuse. Un sistema di illegalità che, secondo molti esperti in materia, è anche l’espressione di quella “fratellanza giuridica” massomafiosa che controllerebbe ampi settori della giustizia.

In cosa consisteva l’irregolarità urbanistica che io avevo denunciato? Si trattava molto semplicemente dell’impossibilità per i proprietari di terreni inseriti in un ambito (cioè una  zona individuata dal piano regolatore comunale) del Comune di Muggia di presentare progetti di edificazione se non avessero avuto – in base all’imponibile catastale – almeno i due terzi del valore delle aree e degli edifici compresi nell’ambito. Il terreno su cui si voleva realizzare il centro commerciale era appunto inserito in un ambito diviso tra più proprietari, ma la società proponente possedeva appena 1/8 della superficie dell’ambito stesso. Quindi si sarebbe dovuto raggiungere un accordo con gli altri proprietari di terreni dell’ambito facendo sottoscrivere loro il progetto di iniziativa privata anche perché la zona, che fino a quel momento era inedificata, avrebbe assunto ai fini catastali e fiscali un altro valore quando vi si fosse costruito. Ma nulla di questo venne fatto. La società privata presentò il progetto che non aveva i requisiti per potere essere autorizzato, il Comune diede il via libera al centro commerciale, ed io, per avere pubblicamente segnalato l’illegittimità di quanto si stava facendo ed avere richiesto l’intervento dell’autorità giudiziaria, venni rinviato a giudizio e condannato a pagare 31.366 Euro ai componenti della commissione edilizia comunale, cioè a coloro che avevano autorizzato l’illecito.

Caso chiuso e tutti contenti quindi visto che questi progetti portano grossi investimenti, e le regole nel nome dei soldi si possono pure “dimenticare”. E poi la regione Friuli Venezia Giulia, si sà, è terra di conquista per le mafie del cemento che qui trovano ottime condizioni per riciclare il proprio denaro insanguinato.

Basti pensare che il maggior centro commerciale della regione è stato costruito senza nemmeno sottoporlo alla (obbligatoria) procedura di V.I.A. (Valutazione Impatto Ambientale)… L’importante sono le cascate di denaro che si riversano nel territorio dividendosi in mille rivoli che rendono “fertile” questa terra. Una “fertilità” che significa ricchezza, ma anche perdita della legalità (o perlomeno di quel che ne rimane) e assoggettamento alle mafie.

Ma non proprio tutti possono ritenersi soddisfatti di una simile conclusione. Se la mia condanna ha permesso di “legalizzare” un lucroso abusivismo edilizio, è anche vero che ha aperto un altro fronte creando un precedente pericolosissimo. A seguito della realizzazione del centro commerciale l’intero ambito ha infatti subito una rivalutazione economica ai fini dell’ICI. Ed ora Equitalia ha presentato il conto anche agli altri proprietari dell’ambito i cui terreni inedificati vengono equiparati (essendo appunto l’ambito unico) a quelli edificati del centro commerciale.

I piccoli proprietari però si difendono dichiarando che i loro possedimenti sono per legge di fatto inedificabili, e altrettanto doveva valere per i “potenti” vicini del centro commerciale. Per potere presentare qualsiasi progetto bisognerebbe avere i “famosi” due terzi del valore dell’ambito (che nessuno ha)…

Questo prevede la legge non rispettata da chi ha autorizzato quel centro commerciale… E questo era quello che io, il povero ambientalista che pensava di poter fare prevalere le ragioni della legalità, avevo segnalato inascoltato fin dall’inizio…

Ed ora come se ne esce? Se la Commissione Tributaria, a cui gli altri proprietari dei terreni dell’ambito si sono rivolti, dovesse dare ragione ai ricorrenti verrebbe “riabilitato” l’ambientalista ingiustamente condannato per essersi opposto all’illecito urbanistico. Ma questo porterebbe anche alla chiarissima evidenza delle gravi omissioni da parte del Comune e della stessa autorità giudiziaria, che in definitiva questo abusivismo ha coperto. Come andrà a finire? Verrà  ripristinata la legalità o consolidata l’illegalità? Certo è che la lunga attesa (i ricorsi tributari sono pendenti da più di un anno e mezzo) lascerebbe presagire tentativi di accomodamento all’italica maniera. Il Comune di Muggia, pur essendo cambiata amministrazione, si è inoltre ben guardato dal prendere posizione sull’argomento. Da proteggere prima di tutto è l’investimento, ovvero il centro commerciale (anche se fuorilegge). Poi il diritto dei piccoli proprietari a non dover pagare tasse abnormi a copertura di un reato commesso da altri. Solo l’ambientalista è sacrificabile: infatti è l’unico che non si è mosso per suoi interessi personali, ma per difendere il diritto della legalità. Ma è possibile la legalità in uno Stato corrotto?

 

Roberto Giurastante

(dal Blog “Ambiente e legalità”)

PROCESSO AGLI AMBIENTALISTI DI GREENACTION CHE SI OPPONGONO AI RIGASSIFICATORI NEL GOLFO DI TRIESTE

PRIME INCOMPATIBILITÀ DEI GIUDICI DESIGNATI

E’ iniziato il 6 giugno al Tribunale di Trieste, su denuncia di altra associazione ambientalista, il processo per reato di opinione nei confronti di Roberto Giurastante responsabile Greenaction Transnational e portavoce in Italia di AAG (Alpe Adria Green). 

L’udienza del 6 giugno pur essendo di smistamento ha già dato indicazioni sulle difficoltà processuali di questo procedimento.

Il giudice dello smistamento Filippo Gulotta (presidente della sezione penale del Tribunale di Trieste) si è trovato coinvolto in un’inchiesta disciplinare avviata dal C.S.M. su denuncia dello stesso Giurastante assieme a numerosi altri magistrati del palazzo di giustizia di Trieste.

Diventando quindi incompatibile nel processo in cui imputato è appunto Giurastante. Ma il giudice, pur essendo stato debitamente sollevato il problema ben prima dell’udienza, non si è astenuto dal procedimento assumendo inoltre decisioni contro gli imputati in assenza del difensore di fiducia che aveva chiesto il rinvio dell’udienza essendo convalescente in malattia.

Il processo è quindi stato avviato, con questi non lievi vizi procedurali e pregiudiziali nei confronti degli imputati, vistisi ledere gravemente i propri diritti difensivi, e rinviato all’udienza del 21 settembre del 2011 con giudice istruttore Paolo Vascotto. Anche quest’ultimo risulta peraltro essere tra i magistrati oggetto di esposti agli organi inquirenti e disciplinari dell’autorità giudiziaria.

Il problema, non semplice dei conflitti in corso tra gli ambientalisti di Greenaction e parte del Tribunale di Trieste, è stato segnalato agli organi di controllo della magistratura anche in funzione dei procedimenti ora aperti presso le autorità comunitarie.

Roberto Giurastante è infatti tra i maggiori oppositori dei terminali di rigassificazione nel Golfo di Trieste fortemente sostenuti dalle autorità italiane ed autore di rilevanti denunce sugli inquinamenti transfrontalieri.

E dalle sue denunce sono scaturiti numerosi procedimenti di infrazione tuttora in corso nei confronti dell’Italia. Ma per la sua attività ha subito, oltre che aggressioni giudiziarie, pure pesanti intimidazioni e minacce di morte.

Per approfondimenti sull’udienza del 6 giugno si rimanda al documento “La giustizia nera” di R. Giurastante.

PROCESSO AGLI AMBIENTALISTI DI GREENACTION TRANSNATIONAL: SOLLEVATA L’ECCEZIONE SULLA GIURISDIZIONE ITALIANA SU TRIESTE

Trieste, 15 dicembre 2011,

nel processo avviato ieri contro gli ambientalisti di  Greenaction Transnational, su denuncia dei Friends of the Earth Italy, (per approfondimenti si rimanda all’articolo “Processo agli ambientalisti di Greenaction che si oppongono ai rigassificatori nel Golfo di Trieste“) l’imputato Roberto Giurastante (foto sopra con la bandiera del TLT), presidente di Greenaction Transnational, difeso dall’avv. Livio Bernot, ha sollevato l’eccezione sulla competenza e sulla giurisdizione italiana  nella provincia di Trieste che, in base al Trattato di Pace del 1947 è riconosciuta come TLT (Territorio Libero di Trieste).

Giurastante, dichiarandosi cittadino del TLT ha quindi chiesto la sospensione del procedimento e la trasmissione del fascicolo alla Corte Costituzionale  per violazione dell’art. 10 della Costituzione Italiana (rispetto delle norme di diritto internazionale).

Il giudice Paolo Vascotto ha rigettato l’istanza, basandosi sulla procedura penale italiana (contestata appunto dall’imputato, essendo legge dello Stato occupante), senza peraltro disconoscerne la fondatezza costituzionale.

Subito dopo è seguita la ricusazione del giudice con sospensione del processo e rinvio alla Corte d’Appello di Trieste.

Il caso apre ora un precedente importante a livello internazionale sulla mai risolta “vicenda Trieste” (si rimanda agli articoli “La questione Trieste” e “Un cittadino del Territorio Libero di Trieste” nel Blog “Ambiente e Legalità”).

AZIONI GREENACTION: CAMPAGNA RACCOLTA FONDI

PRIMA ASSEMBLEA PUBBLICA VENERDI’ 27 GENNAIO 2012

Venerdì 27 gennaio dalle ore 17.30 alle 19.30 primo appuntamento per la raccolta fondi a sostegno delle azioni di Greenaction Transnational. 

L’incontro, che si terrà presso la sala conferenze del Centro Servizi Volontariato di Trieste in Via S. Francesco 2 – II° piano, rappresenterà l’avvio di una serie di appuntamenti pubblici dedicati alla raccolta fondi per coprire le spese delle iniziative di Greenaction.

L’associazione si trova infatti a dovere sostenere ingenti spese per potere continuare l’attività.

Dal 2007, anno della fondazione, circa 90.000 Euro di sole spese giudiziarie rappresentano il costo di questa battaglia per la legalità. Spese giudiziarie che sono determinate dai risarcimenti a cui sono stati condannati i rappresentanti più attivi dell’associazione da parte dell’autorità giudiziaria italiana. 

Condanne per reati di opinione nei confronti di chi si sta opponendo alla devastazione del NOSTRO TERRITORIO CON CONSEGUENZE PER TUTTI NOI E PER I NOSTRI FIGLI. 

E’ necessario reagire. La società civile deve reagire per respingere il tentativo di mettere a tacere per sempre una voce scomoda, come quella rappresentata da Greenaction Transnational. 

E’ proprio Greenaction infatti ad avere presentato alle istituzioni comunitarie la denuncia sul disastro ambientale di Trieste e sulla violazione del regime del porto franco internazionale di Trieste  da parte delle autorità italiane.

Nel corso dell’incontro verranno spiegate le principali azioni che vedono impegnata l’associazione sui fronti della difesa ambientale e dei diritti civili a Trieste e a livello nazionale ed Europeo e verranno illustrate le azioni giudiziarie mosse contro i componenti di Greenaction.

A fronte di condanne a pesanti risarcimenti danni, gli ambientalisti di Greenaction si sono trovati sempre nell’impossibilità di ottenere giustizia, vedendo ogni loro denuncia sempre archiviata dalla stessa autorità giudiziaria che li condannava.

Così in Italia si soffoca “legalmente” il dissenso civile.

Nella foto fanghi industriali stratificati in una delle discariche sul Carso triestino utilizzate dallo Stato italiano per lo smaltimento dei rifiuti “speciali”. Greenaction Transnational ha denunciato l’Italia alla Commissione Europea per avere utilizzato l’intera provincia di Trieste come enorme discarica di Stato in violazione dei trattati internazionali tra cui quello di Pace (1947) e dello stesso Trattato UE.

Per approfondimenti si rimanda all’articolo D COME DISCARICHE.

 

Come contribuire alla campagna di finanziamento di Greenaction Transnational:

I versamenti possono essere fatti sul conto corrente postale 83762187 intestato a Greenaction Transnational o anche con bonifico (di seguito le coordinate del conto):

 

Codice IBAN

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CHIESTO L’INTERVENTO DELLE NAZIONI UNITE

Trieste, 30 settembre 2012

Sabato 29 settembre 2012 si è svolta la  “marcia di sfondamento” sul Porto Franco Nord di Trieste organizzata dal Comune di Trieste.

L’iniziativa, fortemente sostenuta dagli organi di informazione locali, ad esclusione del giornale (indipendente) “La Voce di Trieste” (vedi qui articolo della Voce sull’evento), che hanno anche falsificato propagandisticamente lo scarso numero dei partecipanti aumentandolo sino a “migliaia persone”, aveva lo scopo di appoggiare la tentata urbanizzazione speculativa edilizia privata illegittima dell’intera area portuale (70 ettari) situata nella parte settentrionale del porto, area sottoposta (con l’intero scalo Adriatico) ai vincoli e privilegi di Zona Franca internazionale dal Trattato di Pace di Parigi del 1947.

L’intervento “urbanistico” puramente speculativo si prefigge di “cambiare la destinazione d’uso” dell’unico porto internazionale europeo – e come tale al di fuori del territorio della Repubblica Italiana – per trasformarlo in un centro residenziale di lusso.

Il progetto avrebbe un valore di circa 1,5 miliardi di Euro, e benché sia anche economicamente impropronibile,  è sostenuto in prima linea dal Sindaco di Trieste Roberto Cosolini, dai parlamentari italiani Ettore Rosato, Roberto Antonione, Tamara Blazina, Roberto Menia, e dall’eurodeputata Debora Serracchiani (candidata del centrosinistra alla presidenza della Regione).

La manifestazione del 29 settembre, a cui nonostante la notevole propaganda mediatica hanno preso parte poche centinaia di persone, è un ulteriore e preoccupante segnale da non sottovalutare. L’Italia annettendosi il Porto Libero di Trieste e minacciando di declassarlo ad area urbana dichiarerebbe infatti l’invalidità del Trattato di Pace del 1947, pretesa dal Sindaco nelle sue dichiarazioni.

Importante quindi la reazione degli stessi cittadini di Trieste che con il Movimento Trieste Libera hanno in tempi rapidi organizzato una contro manifestazione a difesa della legalità internazionale, erigendo un “muro” umano all’ingresso del Porto Franco Nord. Un “muro” che il partito trasversale della speculazione edilizia non è riuscito a sfondare.

Sulla delicatissima situazione creatasi sul Porto Libero Internazionale di Trieste è ora stato chiesto l’intervento al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. 

Greenaction Transnational, associandosi all’azione avviata a tutela dei diritti e della legalità internazionale reiteratamente violati a Trieste dalle autorità italiane, evidenzia inoltre la drammatica situazione di inquinamento del Porto Internazionale di Trieste ed annuncia la prossima presentazione di uno specifico dossier al Consiglio di Sicurezza ONU.

QUEI FINANZIAMENTI SOSPETTI PER IL PORTO VECCHIO DI TRIESTE

RESTAURO DELLA CENTRALE IDRODINAMICA: ALTRO CAVALLO DI TROIA PER LA TENTATA SDEMANIALIZZAZIONE DEL PORTO FRANCO NORD DI TRIESTE?

Trieste, 3 gennaio 2013

Un tentativo per togliere di mezzo i preziosi punti franchi del Porto Nord di Trieste. L’ennesimo portato dallo Stato Italiano e questa volta con l’ausilio di una benemerita associazione per la tutela del patrimonio storico nazionale. In sintesi è questa l’operazione tentata e in corso sfruttando il restauro della vecchia centrale idrodinamica ubicata nel Porto Vecchio (ovvero Porto Franco Nord) di Trieste quale grimaldello per scardinare il regime di tutela internazionale che grava sull’area.

L’intervento di restauro degli edifici storici all’interno del porto viene quindi utilizzato strumentalmente per chiedere l’annullamento dei punti franchi e il loro spostamento.

La notizia viene pubblicata in data odierna, con le interviste ai rappresentanti dell’associazione Italia Nostra – che si occupa dei restauri – dal quotidiano Il Piccolo, con un titolo con non lascia molti dubbi sulle reali intenzioni delle autorità italiane e dei loro supporter: “Il Punto Franco si può spostare dopo il restauro”.

Il restauro della centrale idrodinamica è venuto a costare la bella cifra di 12 milioni di euro coperti in buona parte con fondi pubblici (nazionali, regionali, europei e dell’Autorità portuale).

Ma era possibile finanziare questo intervento e altri simili nel porto di Trieste visto il suo particolare “status giuridico”? Possibile che l’Unione Europea si sia fatta trascinare nella violazione di trattati internazionali dall’Italia che impone una propria sovranità illegittima sul porto di Trieste?

 

L’area oggetto dell’intervento finanziato con fondi comunitari si trova al di fuori della sovranità dello Stato Italiano ed è a tutti gli effetti un territorio extra UE, infatti:

– il porto di Trieste è un Porto Franco Libero Internazionale garantito dal Trattato di Pace di Parigi del 1947 all’Allegato VIII (art. 1 comma 2);

– il Porto Franco di Trieste è un Ente pubblico del Territorio Libero di Trieste (art. 2 comma 1, Allegato VIII)  ovvero di uno Stato indipendente dichiarato all’art. 21 del Trattato di Pace;

– la giurisdizione esclusiva di uno Stato è incompatibile con la figura del Territorio Libero e del Porto Franco (art. 3 comma 2, Allegato VIII);

nel Porto Franco valgono le leggi e i regolamenti in vigore nel Territorio Libero di Trieste (art. 4, Allegato VIII);

– il Direttore del Porto Franco ne ha la legale rappresentanza e non può essere né un cittadino italiano, né dell’ex jugoslavia (art. 18, comma 2, Allegato VIII).

 

Il Trattato di Pace è stato firmato dall’Italia il 10 febbraio 1947 a Parigi, attuato nell’ordinamento italiano con il Decreto Legislativo C.P.S. n. 1430 del 28 novembre 1947,   recepito nella Costituzione in vigore dal 1 gennaio 1948 all’art. 10, e ratificato il 25 novembre 1952 con legge n. 3504  tuttora vigente.   

Il Trattato di Pace è stato recepito nel Trattato di Roma del 1957 istitutivo della CEE il cui articolo 234 fa salvi gli effetti dei trattati anteriori.

In base all’art. 21 (comma 1) del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea costituisce obbligo per l’U.E. il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.

Il Trattato di Pace del 1947 non è mai stato modificato ed è tuttora pienamente in vigore costituendo la base dell’attuale ordinamento mondiale.

Gli obblighi derivanti dal Trattato di Pace non possono quindi essere in alcuno modo elusi dalla stessa Unione Europea. Si veda in tal senso l’interrogazione presentata al Parlamento Europeo il 1 marzo 2005 dal deputato Antonio De Poli, nella quale veniva messo in evidenza le particolari caratteristiche del territorio e del porto di Trieste quali aree extra comunitarie in quanto al di fuori del territorio della Repubblica Italiana. Nella risposta la Commissione Europea confermava che “la legislazione comunitaria non può naturalmente cambiare gli obblighi che scaturiscono da accordi internazionali concernenti Trieste”.

CENSIMENTO ITALIANO A TRIESTE ILLEGITTIMO

GREENACTION SI RIFIUTA DI ADEMPIERE ALLA DIFFIDA DELLE AUTORITA’ ITALIANE

Con comunicazione dell’Ufficio Provinciale di Censimento (UPC) di Trieste del 17.01.2013  la nostra Associazione, con sede a Trieste Zona A del Territorio Libero di Trieste in base al Trattato di Pace di Parigi del 1947 in vigore, ha ricevuto una diffida ad adempiere al 9° Censimento generale delle istituzioni non profit della Repubblica Italiana pena “Sanzione pecuniaria ai sensi dell’art. 11 del D.lgs 322/1989”.

Le sanzioni minacciate, in caso di inadempimento, verrebbero irrogate dal Prefetto di Trieste, ovvero rappresentante di governo della Repubblica Italiana.

Greenaction ha rispedito al mittente la richiesta rifiutandosi di fornire le risposte richieste  dalle autorità italiane non essendo soggetto obbligato ai sensi del trattato di pace in vigore che determina lo status giuridico di Trieste. 

L’Italia non ha infatti alcuna sovranità su Trieste e sulla Zona A del Territorio Libero di Trieste, avendola persa il 16 settembre 1947 all’entrata in vigore del Trattato di Pace (art. 21 comma 2 del Trattato di Pace), e non può imporvi le proprie leggi. 

Del fatto è stato informato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

I cittadini del Territorio Libero di Trieste e tutti coloro che vi risiedono, non possono subire intimidazioni e/o subire condanne da parte delle autorità italiane nell’esercizio dei loro diritti assicurati dal Trattato di Pace, di cui è la Repubblica Italiana è tenuta al rispetto in base alle proprie stesse leggi.

DISCARICA ABUSIVA DI PORTO SAN ROCCO: CONFERMATO IL PROCEDIMENTO DI INFRAZIONE DA PARTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA

PROPOSTA UNA SANZIONE DA 284.800 EURO AL GIORNO

Trieste, 2.08.2013

La Commissione Europea ha confermato il procedimento di infrazione contro l’Italia per la discarica abusiva realizzata all’interno del marina turistico di Porto San Rocco. Il procedimento prende l’avvio dalla petizione 732/2010 presentata da Greenaction Transnational al Parlamento Europeo nella quale veniva denunciata la presenza della pericolosa discarica occultata all’interno del Marina di Porto San Rocco a Muggia.

La discarica da almeno 18.000 metri cubi di rifiuti tossico nocivi era stata realizzata in prossimità costruendoci sopra un’area verde ed un parco gioco per bambini. Nonostante la sua pericolosità (presenza di metalli pesanti, idrocarburi, PCB) per la salute, e le denunce di Greenaction nessun intervento di bonifica per la discarica è stato predisposto dalle amministrazioni pubbliche, a partire dal Comune di Muggia in cui ricade.

La discarica è stata quindi inserita dalla Commissione Europea nella procedura di infrazione n. 2003/2077 relativa alle 255 discariche abusive esistenti in 18 regioni italiane.

L’Italia ad oggi non si è ancora conformata alle richieste della Commissione Europea avviando la bonifica effettiva di tutte le discariche compresa quella di Porto San Rocco, ed ora rischia di essere condannata dalla Corte di Giustizia Europea ad una pesante sanzione pecuniaria che la Commissione Europea ha già determinato in 284.800 Euro al giorno.

CARSO: EMERGENZA DISCARICHE

Sul Carso nuove discariche emergono da uno scomodo passato che si sta cercando di nascondere.

La discarica che si può vedere nel video girato da GREENACTION TRANSNATIONAL si trova a ridosso di un centro polisportivo e dell’area artigianale del Comune di Sgonico (Trieste), a non più di 2 Km dalla famosa Grotta Gigante, una delle maggiori attrazioni turistiche del Carso. La discarica ha una lunghezza di circa 250 metri ed è coperta dalla vegetazione. Tra i tanti cumuli di rifiuti spiccano quelli con affioramenti di cemento amianto (anche sbriciolato) fatto questo che deve destare un giustificato allarme vista la presenza nei paraggi di centri frequentati dal pubblico.

Ma cosa è successo sul Carso triestino dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri? Un disastro ambientale che ha inciso profondamente il territorio portando danni incalcolabili e che ha visto come protagoniste le amministrazioni pubbliche. Il Carso che era riuscito a superare le dure prove belliche di due conflitti mondiali ha dovuto piegarsi alle mafie dei rifiuti. L’inquinamento del Carso è il frutto di un accordo tra gli inquinatori e lo stato. Insomma: una devastazione ambientale istituzionalizzata.

Almeno 100 le discariche, oltre 300 le grotte inquinate. Per decenni sull’altopiano carsico si sono scaricati rifiuti tossico nocivi quali idrocarburi, metalli pesanti, acidi, amianto, scorie radioattive, fanghi industriali. In alcune grotte si trovano tuttora dei veri laghi di petrolio. La contaminazione dei corsi d’acqua sotterranei tra i quali il Timavo è stata pesantissima.

Difficilissima la bonifica non essendo ancora conosciuta la reale estensione dell’inquinamento. Impossibile in alcuni casi intervenire come ad esempio per le grotte utilizzate come discariche di idrocarburi.

 

VAI AL VIDEO sulla discarica di Borgo Grotta Gigante.

VAI AL VIDEO sul Pozzo del Cristo (una delle grotte utilizzata come discarica per idrocarburi e fanghi industriali).

L’INQUINAMENTO TRANSFRONTALIERO ITALIA-SLOVENIA APPRODA AL PARLAMENTO EUROPEO

SOTTO ACCUSA FERRIERA DI SERVOLA, INCENERITORE E DEPURATORE FOGNARIO DI TRIESTE

Il Parlamento Europeo ha accolto la petizione (a cui è stato assegnato il n° 1459/07) presentata da Greenaction Transnational sull’inquinamento industriale continuato della città e provincia di Trieste e dell’area transconfinaria italo-slovena. Nella petizione presentata dall’associazione ambientalista ai sensi dell’art. 194 del Trattato CE viene denunciato l’inquinamento prodotto dai tre maggiori impianti industriali della provincia di Trieste: Ferriera di Servola (impianto siderurgico), inceneritore Acegas-APS (che tratta i rifiuti provenienti dall’intera regione) e depuratore fognario di Servola (il principale della regione).

Questi impianti rappresentano le maggiori fonti di inquinamento nell’area di confine e le loro emissioni e i loro scarichi investono direttamente le vicine Slovenia e Croazia determinando un inquinamento internazionale delle acque e dell’atmosfera. Nella petizione di Greenaction viene evidenziato che nonostante la pericolosità della Ferriera di Servola il Comune di Trieste ha consentito l’urbanizzazione dell’area un tempo rurale a ridosso dello stabilimento, trasformandola in un quartiere periferico densamente abitato.

Le emissioni di gas e polveri delle lavorazioni siderurgiche a ciclo continuo investono perciò direttamente migliaia di persone, tra lavoratori e residenti, e si diffondono con i venti in un circondario ancora più vasto, che include la città, il Carso, la cittadina di Muggia e territori di confine della Slovenia.

La rilevanza e la tossicità di tali emissioni, sia assoluta che per accumulo nei tessuti viventi, nel suolo e nel mare, è notoriamente provata da decenni e reca gravissimo pericolo e danno alla salute pubblica ed all’ambiente, suscitando forte allarme sociale.

Pur in presenza di una situazione di tale gravità le competenti autorità amministrative locali omettono tuttavia vistosamente da anni di assumere i necessari provvedimenti decisivi nei confronti dei grandi gruppi industriali avvicendatisi nella proprietà dello stabilimento.

Altrettanto vale per le notorie ed assommate emissioni inquinanti continue prodotte nella medesima area urbana, provinciale e transfrontaliera dall’inceneritore comunale privatizzato dei rifiuti solidi, le cui emissioni tossiche vengono misurate in percentuale al camino e non anche per quantità totale, accumulo e diffusione, nonché dal depuratore fognario fuori norma della città, il cui scarico sottomarino immette al largo nel Golfo di Trieste enormi quantità di liquami tossici. La Riserva di Miramare, una delle quattro aree marine italiane protette, si trova a circa 6 Km dallo scarico del principale collettore fognario di Trieste (quello di Servola) e a 2 Km da quello di Barcola (che scarica davanti alla zona balneare di Trieste).

Vi è pertanto una situazione di crescente ed esteso pericolo e danno sanitario ed ambientale, in presenza di una generale inerzia o quantomeno inefficacia istituzionale che può ragionevolmente lasciar supporre anche implicite od esplicite pressioni ostative politico-industriali localmente rilevanti.

 

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