DOPO LA CATASTROFE IN GIAPPONE

ITALIA E NUCLEARE SICURO: DOVE SONO I RIFUGI ANTIATOMICI?

La tragedia del Giappone colpito dal tremendo sisma di questi giorni deve fare riflettere. Un terremoto epocale che ora rischia di trasformarsi in catastrofe nucleare. Il disastro della centrale atomica di Fukushima è più di un campanello di allarme per i fautori del nucleare nostrano. Se anche l’efficientissimo Giappone non è in grado di scongiurare il collasso di una centrale nucleare colpita da un forte terremoto, quali sarebbero le conseguenze in Paesi come l’Italia, dove di misure di prevenzione nei confronti delle emergenze nucleari nemmeno si parla?

L’Italia è circondata a Nord dalle centrali nucleari dei paesi confinanti. Entro 200 km dai confini sono 13 gli impianti (6 francesi, 4 svizzeri, 2 tedeschi, 1 sloveno) in funzione. Ma di fronte a questa potenziale minaccia il piano nazionale per le emergenze radiologiche italiano non contempla alcuna misura di prevenzione efficace, ma solo interventi successivi agli eventuali incidenti. Così i cittadini non vengono preparati ad affrontare e gestire un serio incidente nucleare, ma dovrebbero solo subirlo. E in assenza dell’addestramento della popolazione interessata non può essere nemmeno garantita una efficace terapia di iodoprofilassi (assunzione di compresse di ioduro di potassio per ridurre gli effetti dello iodio radioattivo assorbito dall’organismo) nelle aree più critiche che comprendono almeno sei regioni (Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Veneto).

Tutti i cittadini dovrebbero infatti già sapere cosa fare quando viene lanciato un allarme nucleare e non appena rivolgersi alle autorità per ricevere indicazioni e per andare a cercare nei punti di distribuzione le pastiglie di ioduro di potassio esponendosi così (se non si hanno le tute NBC) direttamente al fall out radioattivo.

La iodoprofilassi è una efficace misura di intervento per la protezione della tiroide nei gruppi sensibili della popolazione purché venga attuata tempestivamente (da alcune ore fino ad un giorno prima dell’esposizione o al massimo entro le prime 6-8 ore dall’inizio dell’esposizione).

Stiamo parlando quindi di tempi di reazione di ore, e non di giorni. Nel caso di un incidente severo alla centrale slovena di Krško i venti dominanti (bora) potrebbero portare la nube radioattiva sulla città italiana più vicina (Trieste) in appena 1,5 ore. E se l’incidente capitasse di notte la difficoltà di allertare la popolazione sarebbe ancora maggiore. La centrale di Krško, a 120 km dal confine Nord Orientale italiano, tra tutte quelle che circondano l’Italia è poi quella più pericolosa. Ed è già stata causa dell’allarme europeo del giugno del 2008 per possibile fall out. Si tratta di una centrale vecchia come quella di Fukushima e con in più una sgradevole particolarità.  E’ stata costruita  in prossimità di una faglia. Ovvero in una delle aree più sismiche della Slovenia. Ed è stata progettata per resistere al massimo a terremoti del 6° grado della scala Richter (a differenza degli 8,5° Richter delle centrali giapponesi). Una centrale che ora si vorrebbe potenziare con la realizzazione di un nuovo reattore.

Ma pur di fronte a questo rischio elevatissimo, nessuna misura di sicurezza è mai stata adottata dalle inerti autorità italiane. Così in caso di incidente a Krško, l’unica possibilità di salvezza per gli abitanti del Triveneto (che verrebbe pesantemente investito dal fall out radioattivo) sarebbe quella di fuggire verso la Slovenia dove esistono i rifugi antiatomici. Perché l’Italia nel proprio piano nazionale di emergenza radiologica si è “dimenticata” pure dei rifugi antiatomici. Sarebbe troppo costoso realizzarli e si metterebbe a rischio il nuovo programma energetico basato sulla costruzione delle centrali nucleari. Pura follia “istituzionale”.