Trieste 22.03.2011

E’ stato presentato alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo il ricorso sull’anomala archiviazione dell’indagine sulle minacce di morte di stampo mafioso nei confronti di Roberto Giurastante, rappresentante delle associazioni non governative AAG (Alpe Adria Green) e Greenaction Transnational.

Roberto Giurastante, ambientalista in prima linea con le sue inchieste sui malaffari del Friuli Venezia Giulia e sulle devastazioni ambientali commesse a Trieste e nel suo territorio,  il 6 aprile 2010 aveva trovato un macabro messaggio davanti alla porta della sua abitazione: una testa di capra sanguinolenta. Un preciso avvertimento nel puro stile delle mafie italiane. Era la prima volta che un fatto simile si verificava a Trieste. Giurastante aveva già ricevuto minacce di morte. Ma quello che accadeva dopo il gravissimo atto intimidatorio era ancora più sconvolgente. Giurastante veniva completamente isolato e abbandonato dalle stesse istituzioni che avrebbero dovuto proteggerlo. L’indagine della Procura della Repubblica veniva affidata al P.M. Pietro Montrone, un magistrato questo certamente incompatibile perché sottoposto ad inchiesta dal CSM proprio su denuncia dell’ambientalista. E del fatto era perfettamente informato lo stesso Procuratore della Repubblica di Trieste Michele Dalla Costa, che ciononostante designava il magistrato incompatibile.

L’indagine durava solo 24 giorni senza alcun accertamento reale e terminava con la distruzione del corpo del reato (la testa mozzata della capra) da parte dei Carabinieri senza che lo stesso fosse stato in alcun modo analizzato. Intervenuti sul luogo del reato i Carabinieri non avevano peraltro nemmeno ritenuto necessario scattare alcuna foto alla testa dell’animale decapitato.

Il GIP di Trieste Luigi Dainotti archiviava quindi l’indagine il 13 ottobre (l’intero procedimento era durato appena sei mesi, di cui solo 24 giorni erano stati utilizzati effettivamente per gli accertamenti che peraltro avevano portato, come unico risultato, alla distruzione del corpo del reato…) affermando di “condividere pienamente l’operato del P.M. …”. P.M. che aveva distrutto l’unica prova che avrebbe potuto indirizzare gli inquirenti verso gli ambienti di provenienza della minaccia di morte.

Lasciava inoltre sconcertati il silenzio seguito al gravissimo fatto. Pochissime le attestazioni di solidarietà da parte della cosiddetta società civile. Nessuna dalle istituzioni. Perfetto stile omertoso in una città completamente controllata dalle mafie occulte. Quelle ben radicate nelle istituzioni.

L’ambientalista con le sue inchieste aveva infatti fatto emergere una scomoda realtà. Quella di uno Stato all’incontrario. Uno Stato criminale che doveva coprire i propri reati. L’Italia aveva infatti distrutto l’area dell’attuale TLT (la provincia di Trieste e il suo Golfo) utilizzandola per decenni come discarica speciale per i rifiuti scomodi. Un’unica grande discarica che andava dal mare (Golfo di Trieste) al Carso (in cui erano state utilizzate anche centinaia di grotte per fare sparire i rifiuti tossico nocivi). Con ripercussioni e danni estesi ai Paesi confinanti (Slovenia) e vicini (Croazia).

La colpa dell’ambientalista era quella di avere reso pubbliche queste allucinanti risultanze delle proprie inchieste. E di averne scritto pure un libro (Tracce di legalità) in cui veniva  spiegato il funzionamento di questo sistema di potere fatto di mafie e massonerie deviate. Da qui la “condanna a morte” decretata dal sistema.

Ed ora il caso passa a alla Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo con richiesta di risarcimento danni nei confronti dello Stato Italiano. Nel ricorso presentato viene contestata la violazione dell’art. 5 sul diritto alla libertà e sicurezza, dell’art. 6 sul diritto all’equo processo, dell’art. 13 sul diritto ad un ricorso effettivo, e dell’art. 14 sul divieto di discriminazione. Vengono inoltre evidenziate numerose anomale archiviazioni da parte dell’autorità giudiziaria di procedimenti relativi alle denunce scomode presentate dall’ambientalista e l’indubbia aggressione giudiziaria a cui questi è stato sottoposto per avere difeso la propria terra dalla devastazione a cui è stata sottoposta proprio dallo Stato Italiano.